La Nuova Sardegna

«Così per noi è impossibile vivere»

di Antonio Iovane
«Così per noi è impossibile vivere»

Tra la gente divisa e sfiancata dalla crisi: 7 greci su 10 non hanno nulla da perdere

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INVIATO AD ATENE. Tsipras ti vede, Schauble no. Devono aver pensato così alla fine i tanti greci che hanno votato “oxi”. Il faccione del ministro tedesco dell’economia con la scritta «ti ha succhiato il sangue per cinque anni» domina i manifesti del “no”, campionato su tutti gli alberi di Atene, ed è stato esorcizzato nelle urne. «Oggi la democrazia batte la paura», aveva detto Tsipras, e un po’ è vero: le code ai bancomat non hanno traslocato ai seggi elettorali. Ekati Zafiratou è una pasionaria del no, fa la rappresentante di lista e dice di non aver mai visto tanta gente ai seggi. «Chi ha votato sì», spiega dal seggio di Ano Patissia, periferia di Atene, «non ce l’ha con chi vota no, ma con l’Europa. Non c’è conflitto, ma chi vota sì lo fa per paura». Ma poi, se glielo chiedi a quelli in coda perché hanno votato sì, ti rispondono: «perché mi sento europeo», «perché sono per la democrazia», «perché voglio restare in Europa». E cosa significhi starne fuori lo hanno visto aspettando pazientemente in coda ai bancomat ormai fotografati come fossero installazioni di arte contemporanea. Perché è stata la paura, la vera cifra di queste elezioni. La paura dell’ignoto. E i greci hanno scelto l’ignoto.

A diffondere la paura, secondo molti, sono stati i media europei. «Sapete perché voi giornalisti dite che qui vengono meno turisti?», mi interroga Dyonisos, che vende souvenir e, nonostante affermi di non aver votato perché «i politici sono tutti cornuti» (e lo dice in italiano), ragiona che sembra Borges. «No, perché?», «Perché a forza di ripetere che vengono meno turisti, alla fine succede davvero», mi spiazza Dyonisos facendomi sorridere. Lavora sotto l’Acropoli, anche in questa domenica referendaria assediata dai turisti. E poi anche i ristoranti, in fondo, sono ancora pieni, e non solo di turisti. «Se c’è una cosa a cui i greci non rinunciano», mi dice Patrizia, la spola tra Roma e Atene, «è mangiare».

«Stai sereno», mi dice un interprete che lavora per una tv coreana, «vincerà il no 70 contro 30. Perché 7 greci su 10 non hanno nulla da perdere». Tra quei 7 c’era anche il tassista spericolato che con la penna e il block notes sul volante fa i conti della serva. «Ma come faccio a vivere così. Mantenere il taxi mi costa 110 euro ma ogni giorno ne incasso 90. Come faccio con l’elettricità? La spesa? L’acqua?». Il tassista fumantino, che si infervora mentre guida, ha votato “no”, dice che ci sono famiglie che vivono con 300 euro, «come si fa a vivere con dieci euro al giorno?». E poi dice di essere arrabbiato perché quello che l’Europa unita ha davvero ottenuto alla fine è stato di dividere il suo Paese. «Dove sono i miei fratelli?», mi domanda con toni omerici. Già. Al di là del risultato questo è un Paese spaccato tra la speranza e la disperanza. Tra l’idea di vivere sotto scacco sapendo a cosa si va incontro o vivere potendo decidere le proprie politiche senza sapere a cosa porteranno. Tra Schauble, nelle sue sembianze vampiresche, e uno Tsipras isolato. Ha vinto Tsipras. Ma per quanto ancora?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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