La fanteria di San Costantino
Centinaia di persone di corsa ieri mattina hanno rinnovato l’antico rito
SEDILO. Una raffica di fucilate interrompe la solennità del momento. Le pandele tengono in pugno gli stendardi. È tempo di andare. La consegna dei vessilli benedetti è il preludio dell’Ardia a piedi, ennesimo tributo di fede a San Costantino. Sono appena passate le 7.30 e nella piazza parrocchiale, gremita e chiassosa fino a pochi minuti prima, è improvvisamente calato il silenzio. Trascorreranno più di tre ore prima che il sagrato si riempia nuovamente di gente. Sono gli uomini e le donne che hanno dato vita alla rievocazione della battaglia di Ponte Milvio combattuta nel 312 da Costantino Magno e da Massenzio.
Le fatiche della fanteria sono cominciate sulla cima di Su Frontigheddu intorno alle 8. Da brullo che era, a un tratto il promontorio è diventato una macchia di colore. L’esercito ha guadagnato la postazione. Davanti alle truppe in assetto di sommossa si stagliano le figure di Costantino Faedda, la prima pandela, e dei suoi scudieri Guido Manca e Marco Cuscusa. Sos ispuntigliadores premono per sfondare il cordone di sicurezza formato dalle scorte. Daniele Faedda e Michele Delogu le sentinelle del capocorsa; Battista Nieddu l’uomo ombra della seconda bandiera e Gianni Cuscusa il guardaspalle della terza. Il loro compito è gravoso: contenere l’irruenza e la foga dei corridori più spavaldi e provocatori, quelli decisi al sorpasso. Gli assalti si ripetono per tutto il percorso e puntualmente vengono respinti. Costantino Faedda macina metri su metri con ampie falcate e aumenta gradualmente la distanza tra sé e le retrovie. Guido Manca e Marco Cuscusa si fanno subito dappresso. I tre vessiliferi imboccano l’arco a velocità sostenuta. Gli inseguitori li tampinano. La scalata al santuario spezza gambe e fiato ma il terzetto di testa resiste. La fiumana umana che aveva disceso compatta la ripida china di Su Frontigheddu a poco a poco si sfilaccia. Rimangono avanti i più allenati, i meno avvezzi allo sforzo fisico rallentano il passo. Lo spirito di competizione si placa all’arrivo al santuario, quando per i corridori è chiaro che quel che conta è esserci, testimoniare con la partecipazione la fede nel santo.
Esattamente come accadeva fino alla metà del secolo scorso, quando gli uomini e le donne che non potevano correre l’Ardia a cavallo seguivano il corteo equestre a piedi. Un retaggio che negli anni Ottanta si è trasformato nel primo seme di una consuetudine: la corsa dei cavalieri prima della prova della fanteria. Prologo che si è ripetuto anche ieri con l’ingresso all’arco di otto cavalieri, tutti al passo eccetto uno, che ha dato lo sprone prima di imboccare la corte. Lui sarà sanzionato per aver violato l’ordinanza.
Passano pochi minuti e sulla scena irrompe la fanteria di Costantino. Il momento è suo e di nessun altro. All’ombra del santuario la fede si vive tra polvere, fatica e sudore. A metà percorso le pandele rinnovano il rito dei giri votivi offrendo le insegne di Costantino alle persone che assiepano le gradinate. Il rito s’interrompe con lo scatto in avanti del capocorsa, che impone la partenza. Faedda, Manca e Cuscusa corrono a perdifiato aggredendo l’insidiosa curva a gomito di su Forte. La presa di Sa Muredda e l’approdo al santuario segnano la fine di una prova impeccabile. Epilogo di una festa a metà fra spiritualità e goliardia. Un momento irripetibile per i suoi protagonisti: «San Costantino è il mio protettore e questo è stato un modo per dire grazie per tutte le volte che l’ho invocato» dice Costantino Faedda, trascinatore di un esercito devoto e partecipe. «Sono contento della partecipazione che c’è stata – commenta mettendo l’accento su un aspetto spesso trascurato - È la gente che fa l’Ardia».
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