A Palmadula scoppia la rivolta I migranti: vogliamo andare via

E nel centro di accoglienza di Sassari scoppia un’epidemia di varicella, contagiati 21 ospiti su 222 Giallo su un ospite in precarie condizioni di salute: portato in ospedale ma si pensava fosse morto

SASSARI. In quell’agri-residence nel cuore della Nurra diventato da un giorno all’altro un centro di accoglienza per migranti, si sentono isolati. Dicono di essere tagliati fuori dal mondo di libertà e progresso che sognavano quando decisero di sfidare la morte attraversando il Mediterraneo su un gommone. Sassari, grande città del Nord, è lontana quaranta chilometri, figurarsi nazioni come Germania e Inghilterra, luoghi dove in realtà vorrebbero arrivare. Così, stanchi anche di sopportare il caldo record in uno spazio oggettivamente capace di accogliere la metà delle 94 persone che al momento sono ospitate, ieri mattina i profughi assegnati a Palmadula hanno deciso di manifestare il proprio disappunto sfilando per le vie della borgata con cartelli dalle scritte piuttosto esplicite: «Vogliamo andare via», «Qui non possiamo più restare». Una protesta pacifica, che tuttavia ha impegnato le forze dell’ordine sin dall’alba, destando preoccupazione tra gli abitanti della frazione. Poi, come se non bastasse, quasi nelle stesse ore nel centro accoglienza allestito all’interno dell’ex tribunale dei minorenni di Sassari, un equivoco legato alla varicella contratta da 21 ragazzi africani su 222 che popolano la struttura, ha scatenato una rivolta sedata ben presto dalla polizia. Tutto questo quando - dati aggiornati agli arrivi di domenica - il nord ovest della Sardegna sta dando asilo provvisorio a 785 migranti. La tensione è altissima.

Niente acqua. A Palmadula l’insofferenza dei profughi si era fatta sentire sin dalla notte dell’8 giugno scorso, quando circa cinquanta ragazzi africani si erano rifiutati discendere dai pullman che li avevano portati a destinazione. Soltanto con l’intervento del prefetto e del questore la situazione era tornata alla normalità. Ma i malumori per il sovraffollamento - riconosciuto dallo stesso titolare della struttura, Valentino Turra - non si sono mai sopiti. E ieri mattina la protesta è esplosa. Stando a quanto riferiscono anche molti testimoni, quattro giorni fa sarebbe mancata l’acqua da bere per diverse ore, così l’afa insopportabile e la sete hanno risvegliato il malcontento dei richiedenti asilo, buona parte dei quali ha deciso di manifestare occupando la strada principale della borgata e accusando l’imprenditore che li accoglie di trattamenti disumani. «Io sto facendo il massimo per farli stare bene - assicura Turra - ma effettivamente 94 persone sono troppe per questi spazi e purtroppo sto diventando il capro espiatorio. Ma vorrei che si sapesse: sarò io a chiedere alla prefettura di trasferire almeno una quarantina di ragazzi altrove, perché così non si può andare avanti».

Le reazioni. Anche Enrico Sini, consigliere comunale che risiede a Palmadula, parla di situazione insostenibile. «Da quando sono arrivati i profughi - dice - nella nostra borgata la popolazione è cresciuta del 25 per cento: in proporzione è come se a Sassari gli abitanti fossero diventati 25mila in più nel giro di una notte. E questo, manco a dirlo, ha sconvolto le abitudini di chi vive nella zona, che solidarizza con i migranti, ma pretende una distribuzione più equa dell’ospitalità. D’accordo anche il sindaco di Sassari Nicola Sanna. «Ho chiesto di nuovo alla prefettura di alleggerire la borgata di un numero così elevato di migranti - spiega -, pur comprendendo le difficoltà create dai nuovi sbarchi bisogna tenere corto della capacità ricettive dei singoli territori».

Varicella. Ben diversa, invece, la situazione che si è creata nel centro accoglienza di Predda Niedda, dove un profugo arrivato in Sardegna con le gambe spezzate per le violenze subite nella sua terra ha contratto qui anche la varicella. Risultato: tra cortisone dispensato dai medici, caldo soffocante e febbre a 39 il poveretto ha finito per disidratarsi, tanto che un’ambulanza è venuta a prenderlo nella notte per ricoverarlo nel reparto Infettivi dell’ospedale civile. Fatto sta che, non vedendolo tornare al centro, i suoi compagni di avventura hanno pensato al peggio, e ieri mattina hanno inscenato un sit in davanti all’ingresso dell’edificio che li accoglie: temevano che fosse morto. Ancora una volta è stata la polizia, sul posto con due pattuglie, a risolvere il problema. Gli agenti, insieme al responsabile della struttura, hanno mostrato ai migranti una foto del loro amico ritratto (malconcio, ma assolutamente vivo) nell’ospedale. E la protesta è immediatamente rientrata

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