In fila nella bolgia dei ritardi
Anche un black-out, lo scalo più importante è nel caos
ROMA. Alle 8 di mattina arriva il WhatsApp di mia madre: «Sicuri che riuscite a partire con questo caos?». Mi ero addormentato con la notizia che fosse tutto sotto controllo, che gli incendi di ieri avessero creato soltanto qualche problema temporaneo, ma siccome la mamma ha sempre ragione la richiamo per scrupolo: «Sai qualcosa che non so? È successo dell’altro stanotte?». «No, ma ho letto che è un macello». «Stai tranquilla: stai solo leggendo i resoconti di ieri. Figurati se il giorno dopo ancora ci sono problemi. È tutto a posto, parlano di piena operatività». Sì, come no. Arrivo con il canonico paio d’ore di anticipo e fuori dal terminal c’è una fila inusuale.
Non mi preoccupo: li ho già fotografati e catalogati, sono un gruppo che non vuole entrare, perché si stanno contando e magari manca qualcuno. E invece no, è una fila vera, un serpentone all’aria aperta: meno male, perché se entrassimo tutti insieme in fila al check-in sarebbe ancora peggio. Gli operatori aeroportuali sono piuttosto gentili, ma la notizia delle tre ore di ritardo arriverà solo un’oretta dopo, con la stampa delle carte d’imbarco: mi hanno spostato automaticamente la coincidenza, che avrei perso, e quindi capisco che qualcosa non va. La conferma arriva poco più tardi, quando saltano improvvisamente tutte le luci. Guasto alla centralina, panico diffuso, poi si risistema tutto. Lezione uno: mai sottovalutare la mamma, pure quando legge i giornali del giorno prima.
Lezione due: ogni volta che succede qualcosa a Fiumicino, l’inerzia del danno è incalcolabile. E mi torna subito in mente l’incendio al terminal 3, che si trascina avanti da tempo ormai infinito, quasi avesse preso fuoco ieri: dai primi annunci («domani saremo operativi al 60 per cento, nel giro di una settimana tornerà tutto a posto») si è arrivati alla situazione attuale, dopo settimane di elucubrazioni istituzionali sul modo in cui «salvaguardare la salute dei lavoratori senza compromettere il funzionamento dello scalo e contemporaneamente permettere che le indagini facciano il loro corso». Fiumicino, in realtà, non è per niente un brutto aeroporto. Anzi, negli ultimi anni le migliorie sono state notevoli. È un aeroporto pulito, con molti servizi, in cui si legge chiaramente lo sforzo di facilitare la vita al passeggero: negozi di ottimo livello (il fatturato durante le attese dei voli è una parte importante del bilancio), collegamenti interni funzionanti, viabilità migliorata, gestione dei bagagli meno drammatica di un tempo e progetti futuri che lascerebbero sperare bene. Ma neppure un buon manager - e per Fiumicino ne sono passati - riesce a togliere di mezzo quel dubbio che ci assale ogni volta che da queste parti succede un imprevisto: siamo sicuri che questo aeroporto riesca a diventare quell’hub internazionale di cui si parla? Siamo sicuri che regga l’impatto di un ulteriore aumento del traffico aereo?
La situazione non è semplice, anche perché il futuro dipenderà in gran parte dal rapporto con la nuova Alitalia (leggi Etihad), che ha intenzione di farne uno snodo importante per le proprie rotte intercontinentali. Ma i rapporti al momento non sono dei migliori, se è vero che solo due giorni fa la compagnia aerea ha lanciato una specie di ultimatum agli Aeroporti di Roma: «Se si continueranno a privilegiare i voli low cost, siamo pronti a spostare la nostra base altrove, perché le opportunità non mancano». Quella più grande, però, sarebbe che Roma restasse al centro delle strategie, perché la posizione - non solo rispetto alla Capitale, ma nel Paese, raggiungibile facilmente - non è barattabile con altre alternative. Ma se arrivasse oggi un investitore straniero e vedesse ciò che sta succedendo, probabilmente la voglia gli passerebbe in fretta.
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