La Nuova Sardegna

Pigliaru: più investimenti

di Umberto Aime

La strategia al summit del Pd sul Mezzogiorno: basta con l’assistenzialismo

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CAGLIARI. L’assistenzialismo? È roba vecchia ed è servito davvero a poco. Il Mezzogiorno ha bisogno di ben altro: credere in se stesso, essere sostenuto nella crescita fino a diventare finalmente produttivo. Vale per il Sud Italia e vale anche se si parla di Sardegna. Al forum nazionale del Pd, l’altro giorno a Roma, il presidente della Regione Francesco Pigliaru ha lasciato il segno. Da economista d’esperienza, ha detto «quello che lo Stato non dovrà più fare al Sud» e da politico sottolineato: «Dobbiamo prima di tutto mettere a posto quello che non va alla base, nel Mezzogiorno, e per farlo sono necessarie scelte coraggiose e senso di responsabilità nel sapere quello che indispensabile fare bene e anche in tempi stretti». È un intervento che il premier e segretario Matteo Renzi ha apprezzato, tanto da citarlo subito nella replica: «Sposo le considerazioni di Pigliaru», ha detto. L’importante è che poi lui mantenga fede al giuramento: «A settembre apriremo un tavolo permanente sul futuro del Mezzogiorno e, in quegli stessi giorni, alla Sardegna daremo le risposte che si aspetta».

La sintesi del Pigliaru-pensiero sul Sud Italia può essere riassunto in due capitoli.

Cosa non serve più. «Il primo punto – ha detto – è che l’assistenzialismo ha ucciso e rischia di uccidere ancora di più il Mezzogiorno. Ogni anno del gettito fiscale delle regioni del Centro-Nord sono trasferiti al Sud dai 70 agli 80 miliardi. Non sono per gli investimenti, finiscono in pura assistenza, perché il Mezzogiorno deve essere capace di diventare produttivo con le sue forze: dal turismo all’agroalimentare fino alla tecnologia». Poi poco dopo ha detto no alla ricetta proposta un attimo prima dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca, questa: imporre alle grandi società pubbliche d’investire obbligatoriamente il loro 60 per cento nel Mezzogiorno. Pigliaru è stato deciso: «Sono ricette vecchie. La desertificazione industriale del Sud è anche figlia dell’illusione di poter dettare alcune regole alle Partecipazioni statali. Già fatto, negli anni 60 e 70, ma è servito solo a darci un po’ di respiro ma non ha ridotto l’evidente divario economico che continua a esistere fra il Mezzogiorno e le regioni del Centro-Nord dal 1971 in poi. Anzi, c’è stato un peggioramento. Oggi dobbiamo rilanciare la sfida con la voglia di vincerla: il Mezzogiorno non deve essere assistito».

Quello su cui puntare. Per Pigliaru è indispensabile e sarebbe decisiva una collaborazione sempre più stretta fra politica e società. «Il Mezzogiorno ha bisogno di fiducia. E la fiducia non c’è perché nel Sud le istituzioni locali funzionano meno bene che altrove. Non quelle meridionali, ma quelle sotto il controllo diretto dello Stato. Questo è il grande problema, finchè i cittadini vedranno che le istituzioni funzionano male non potrà partire alcun nuovo circolo virtuoso». Per Pigliaru è arrivato il momento di «rimboccarsi le maniche tutti assieme e accompagnare la risalita economica e sociale del Mezzogiorno. Dobbiamo concentrare le energie per trovare soluzioni definitive che incidano con forza e continuità sin da subito ma soprattutto in un domani non certo troppo lontano». A partire dall’istruzione suo storico cavallo di battaglia: «A 15 anni un ragazzo del Sud ha perso in media due anni di competenze e conoscenze rispetto a uno del Centro-Nord. Noi siamo un governo di centrosinistra e vogliamo che tutti debbano avere pari opportunità». Ha criticato, in un passaggio, anche la Buona scuola di Renzi: »Con i premi e le sanzioni possiamo fare qualcosa, così come con gli incentivi possiamo dire che se non ti comporti bene, ti tolgo i soldi. Attenzione però abbiamo fatto anche questo e malissimo, col decentramento e il federalismo fiscale. Bene, sappiamo che non ha funzionato, perché c’è qualcosa di più profondo». Che cosa? «Ad esempio convincere i nostri bravi laureati del Mezzogiorno a non fuggire dal Sud, ma almeno all’inizio della carriera partecipare alla crescita della loro terra e a combattere insieme contro la dispersione scolastica. Se riuscissimo a fare almeno questo passo in avanti, faremmo qualcosa di storico. Ed è di questo che il Sud ha bisogno: credere in se stesso».

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