Il jazz della libertà dei detenuti
Intensa esibizione a Badu ’e Carros di Gavino Murgia e Salvatore Maltana
NUORO. Eterna e universale, ormai, la canzone sarda più conosciuta al mondo, “Non potho reposare”. Scritta a Nuoro il pomeriggio del 23 luglio 1915 dall’avvocato-poeta Salvatore Badore Sini, è un canto d’amore che riesce ancora oggi a emozionare come ieri e l’altro ieri ancora. Molto di più se la musica, scritta cento anni fa dal maestro Giuseppe Peppino Rachel, risuona alta nella cappella esagonale del carcere di Badu ’e Carros. Rielaborata e riproposta in chiave jazz in una versione da brividi (nonostante la pessima acustica della location) da due giganti della musica: il polistrumentista nuorese Gavino Murgia e il contrabbassista algherese Salvatore Maltana.
Impegnati, ieri in tarda mattinata, in un intenso quanto toccante concerto davanti a una cinquantina di detenuti riuniti per l’occasione: la tappa annuale nella Casa circondariale barbaricina del Seminario Nuoro Jazz, lo storico evento voluto e organizzato dall’Ente musicale di Nuoro, fondato da Antonietta Chironi e ora presieduto da Angelo Palmas, presente ieri a Badu ’e Carros. «È da 12 anni che veniamo qui» sottolinea poco prima di presentare i due artisti che non hanno certo bisogno di presentazioni. Anche perché Gavino Murgia e Salvatore Maltana erano già stati insieme nell’istituto di pena proprio dodici anni fa.
Una coppia artistica perfettamente collaudata, quindi, anche all’impatto emotivo con la difficile realtà del carcere. Così quando il nuorese dà fiato al sax soprano e l’algherese comincia a pizzicare le corde, il pubblico resta fin da subito estasiato. Ammutolito e preso dalla profondità della musica, come fosse una preghiera a quel Cristo crocifisso che domina la cappella del penitenziario. Un istante di distacco dalla terra che lieve non è per nulla. Un attimo di sollievo nel purgatorio dei viventi. «È la musica più libera che esista, il jazz» spiega Gavino Murgia. Poche, pochissime parole, in un concerto che dura sì e no quaranta, cinquanta minuti al massimo, e che fa parlare solo e soltanto la musica.
Una decina, i pezzi offerti ai detenuti. Qualcuno anche su richiesta. «Il padrino!» ci prova un ragazzo recluso nel braccio dell’alta sicurezza. E Gavino Murgia non ci pensa due volte: lo accontenta con lo stacco più famoso della leggendaria colonna sonora di Nino Rota per il capolavoro di Francis Ford Coppola. E se i detenuti sardi hanno canticchiato in coro “Non potho reposare”, quelli napoletani modulano “O sole mio” come pure “Te voglio bene assaje”. Capolavori improvvisati come vuole la legge del jazz. Il ritmo offerto dal contrabbasso di Salvatore Maltana è ideale persino per un ballo sardo che il suo collega musicista di Santu Predu esegue soffiando sul “pipiolu”, l’antico e artigianale flauto della terra dei nuraghi.
Dal sax soprano al sax tenore, a su pipiolu e alle launeddas, con un getto d’aria continuo che soltanto pochi talenti riescono a mandare.
Uno di questi è Gavino Murgia, pronto come suo solito a “suonare” la sua stessa splendida voce gutturale, bassu indiscusso del gruppo a tenore Gòine di Nuoro, vero e proprio strumento musicale che tiene incollati gli spettatori, a bocca aperta, quasi increduli di così tanto portento della natura. Ricca e generosa, la Dea Madre, ieri mattina a Badu ’e Carros, mentre il fremito delle dita e l’archetto di Maltana fanno da sottofondo alla preghiera laica comune, da accompagnamento alla voce che si leva libera verso il cielo. È la magia del jazz che l’Ente musicale di Nuoro ha voluto portare dentro il carcere, ieri come da dodici anni a questa parte. E ogni volta è come se fosse la prima volta. Una tradizione, ormai,che terrà fede alla promessa fatta anche in futuro, quando questa edizione del Seminario Jazz, la 27ª (in pieno svolgimento a Nuoro da giovedì scorso sino a domenica prossima), andrà in archivio e già si penserà alla prossima.
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