Spesa sempre più cara in Sardegna
L’isola è al terzo posto per il costo dei prodotti da supermarket. Una famiglia media spende quasi 6.500 euro all’anno
SASSARI. Comprare una mela in Sardegna è un cattivo affare. Non hanno dubbi gli esperti di Altroconsumo che hanno stilato una classifica del peso della spesa regione per regione. La scoperta è amarissima per l’isola. I supermercati sardi sono tra i più cari in Italia.
Riempire il carrello è sempre più un sacrificio per le famiglie sarde. Tre persone spendono 6.494 euro. Più della media nazionale che si ferma a 6.350 euro. E fino a qua la media del pollo fa un po’ riflettere, ma se si fa il confronto con altre regioni l’iperdepressa economia dell’isola esce con le ossa a pezzi.
Stessi articoli, stessi market. Ma in Toscana la spesa annua si ferma a 6.039 euro, in Veneto a 6.128 euro. Un confronto che mette la Sardegna tra le regioni con il costo più alto della spesa per le famiglie. Peggio fanno solo l’Abruzzo, 6.518 euro, e la Valle d’Aosta, 6.636 euro.
L’inchiesta. L’indagine è stata fatta da Altroconsumo su 885 punti vendita di 68 città italiane. Uno spaccato del costo dei beni da supermarket in Italia. La scoperta è che in linea di massima al sud si spende più che al nord. Che la Sardegna è tra le regioni meno convenienti.
Il metodo. A essere presi in esame sono i supermarket, anche quelli dei centri commerciali, che vendono prodotti di marca. Quelli che vivono sulle pagine dei giornali e sugli spot televisivi. E su questi che viene fatto il calcolo. Altroconsumo ha analizzato i costi dei prodotti su tutto il territorio nazionale.
Hd. Perché il confronto tra i supermercati e gli hard discount non esiste, i negozi che vendono quasi solo prodotti senza marchio. Nessuna pubblicità per prodotti che sono fabbricati spesso negli stessi stabilimenti di alimenti dal brand pubblicizzato.
Se si rinuncia al marchio il risparmio arriva anche al 47 per cento della spesa.
L’accortezza della massaia. L’abilità è tutta nelle mani di chi guida il carrello della spesa. Lo slalom tra le offerte diventa sempre più spesso il credo di chi deve far quadrare il bilancio.
La grande crisi. A condizionare i prezzi, sempre meno competitivi, della grande distribuzione è la crisi del modello. Dopo anni di espansione ininterrotta il mercato sembra subire una flessione. E lo dimostrano le tante vertenze sindacali che si sono aperte per il taglio del personale nelle grandi catene commerciali. Ad aprile la catena Auchan, una delle più grandi in Italia con 11.500 dipendenti, ha annunciato l’avvio delle procedure di mobilità per 1500 dipendenti. Ma è solo il caso più noto.
Non c’è catena della grande distribuzione che non sia ricorsa al taglio del personale o all’utilizzo degli ammortizzatori sociali per diminuire in qualche modo il costo dei dipendenti. Questo in modo inevitabile ha avuto un contraccolpo anche sui costi complessivi. L’origine è tutta nella grande crisi che ha portato le famiglie progressivamente a tagliare la spesa. Carrelli sempre più vuoti e fatturati sempre più leggeri per la grande distribuzione.
Il prezzo dell’insularità. In molti mettono a punto alchimie raffinate alla ricerca di un motivo di questo primato non troppo brillante della Sardegna. Ma il motivo è banalissimo. Il mare. Per far arrivare la maggior parte dei prodotti, comprese la carne, la frutta e la verdura, si deve superare il mare. Il costo dei trasporti è una componente fondamentale del prezzo. Quasi scontato capire che ogni mela paga il costo del biglietto del traghetto. Un gap che è diventato anche oggetto di rivendicazione politica. La Regione ha quantificato il costo di questo gap in un miliardo e mezzo di euro all’anno.
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