La Nuova Sardegna

Ciprì: «Sono cresciuto con i film di John Ford»

di Fabio Canessa
Ciprì: «Sono cresciuto con i film di John Ford»

Il regista sarà ad Alghero per una masterclass di tre giorni

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“Le regole del gioco”, per usare il titolo voluto dagli organizzatori, le conosce bene. Daniele Ciprì è un artigiano della settima arte, conosce e padroneggia con grande abilità un po’ tutte le fasi di quella macchina complessa che è il cinema. L’11, il 12 e il 13 settembre sarà ad Alghero per la conclusione di un ciclo di masterclass dedicate ai mestieri del cinema promosse dalla Società Umanitaria di Alghero in collaborazione con Il Monello Film e Nuovo Aguaplano. Dopo gli appuntamenti con il montatore Cristiano Travaglioli e lo sceneggiatore Massimo Gaudioso, un’altra eccellenza del cinema italiano come Daniele Ciprì che parlerà di regia e fotografia. L’autore siciliano ha firmato con Franco Maresco il programma “Cinico tv” e capolavori come “Totò che visse due volte”, “Lo zio di Brooklyn” e “Il ritorno di Cagliostro”. Ha curato la fotografia di molti film (tra questi gli ultimi di Marco Bellocchio) e diretto, in questo caso da solo, “È stato il figlio” e “La buca”. L’appuntamento (per maggiori informazioni scrivere all’indirizzo: leregoledelgioco.cinema@gmail.com) è rivolto non soltanto a chi ha già qualche esperienza nel campo cinematografico o ai ragazzi che studiano nel settore, ma aperto anche ai neofiti, curiosi e appassionati di cinema.

Ciprì, sembra che lei non si fermi mai un attimo. Regista e direttore della fotografia al servizio di altri autori. Trova anche il tempo di dedicarsi all’insegnamento?

«Sì. Soprattutto ultimamente mi sto dedicando molto a masterclass, scuole di cinema. Mi fa piacere, sono convinto sia importante anche come percorso di educazione all’immagine. Non ci sono più i confronti, i cineforum e non credo Facebook sia lo stesso. Io ricordo uscivo dai cineclub e mi confrontavo con gli altri, con gli amici. Era un momento di crescita. Mancando questo credo sia necessario fare qualcosa. Sono convinto che la cosa più importante di questo mestiere non si la tecnica, ma come uno si pone davanti all’idea di cinema».

Su cosa concentrerà le lezioni ad Alghero?

«Cercheremo di toccare i vari aspetti della regia e della direzione della fotografia. Porterò del materiale, delle mie cose, per parlare della mia esperienza, del mio percorso».

Un percorso iniziato come?

«Son sempre stato legato alle immagini. Mio padre, che mi portava spesso al cinema, aveva una bottega dove riparava macchine fotografiche e io ho iniziato facendo il fotografo di matrimoni».

Com’è avvenuto il passaggio dall’immagine fotografica a quella in movimento?

«Ero fotografo sì, ma parallelamente coltivavo l’interesse per le riprese. Giravo in super8, in 16 millimetri, più avanti in 35. Tante cose. Sono stato sempre molto intraprendente. Facevo documentari con degli amici di una cooperativa a Palermo e poi ho avuto la possibilità di sperimentare in una tv privata. Con Franco Maresco facevamo dei montaggi di cinema in stile Fuori Orario, ancora prima della nascita della trasmissione».

Quali erano i suoi punti di riferimento cinematografici?

«Orson Welles, ma prima ancora John Ford. Mio padre mi portava a vedere i suoi film western nei cineclub. Ho analizzato molto il suo cinema, è stata per me una guida importante».

Però prima del cinema è arrivato il successo televisivo con un programma diventato di culto: “Cinico tv”.

«Prima di arrivare in Rai con “Cinico tv” avevamo fatto molta esperienza nelle reti private, passando anche per Italia1. Le prime schegge si chiamavano “Ai confini della pietà”. Piano piano abbiamo costruito una forma, ma sempre nella convinzione di fare cinema in televisione, di raccontare Palermo attraverso dei corpi».

Rigorosamente con un bianco e nero particolare. Perché questa scelta?

«Intanto c’era un problema della bellezza delle immagini. Il colore di allora, analogico, non dava grandi risultati. Era molto televisivo, da telegiornale. Ho modificato delle macchine, i contrasti, mettendo dei filtri. Siamo arrivati a quella forma che assomigliava molto lontanamente al cinema che avevamo amato, di Ford. Le inquadrature delle periferie erano per noi come le praterie dei western. E poi c’era un discorso scenografico di non tempo. Il bianco e nero dava un’astrazione visiva, il senso dell’assenza del tempo».

Instancabile passione per il cinema, intraprendenza. È questo il messaggio che vuole trasmettere ai giovani?

«Chi sente l’esigenza di raccontare per immagini, deve farlo. La tecnologia oggi dà grandi possibilità. Fare e capire se è realmente adatto per questo mestiere che è difficilissimo. Soprattutto quello del regista».

Lei quando tornerà a vestire i panni del regista?

«Ho qualche progetto, vediamo il prossimo anno cosa si può concretizzare».

Intanto continua come direttore della fotografia.

«Sì, con Bellocchio e non soltanto. Anche giovani registi».

Insomma, tornando alla prima domanda, non si ferma davvero mai.

«Sono convinto che più fai, più elabori e diventi padrone di questo mestiere».

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