La Nuova Sardegna

Cibo e sfruttamento, dietro il mito del gusto le multinazionali

di Daniela Paba

Al Marina Café Noir incontro su “Buono, pulito, giusto” Il blogger Bukowski racconta il mondo dell’agroalimentare

3 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. Le contronarrazioni di Wolf Bukowski su Slow Food, Coop, Eataly e la scrittura che si libera, al di là della realtà.

Tra le declinazioni di “Signora Libertà”, venerdì Marina Café Noir ha scelto di parlare di cibo col blogger Wolf Bukowski invitato a discutere di “Buono, pulito, giusto” con Andrea Perin, architetto e scrittore. Con sguardo retrospettivo hanno percorso a ritroso la scoperta del “gusto-piacere” a Sinistra, avvenuto tra gli Ottanta e Novanta, mentre la Storia sferrava il primo grave attacco ai diritti dei lavoratori «che pure non se ne erano accorti».

«Il Gambero Rosso era distribuito col Manifesto, nasceva Slow Food – racconta Bukowski – e la vulgata diceva che il capitalismo in fondo portava benessere a tutti». «Slow food racconta quanto è bello tornare al contadino ma non c'è quando si tratta di difendere lavoratori o territori: è lì che si ribaltano i rapporti di forza – sostiene il blogger emiliano – stare a tavola è solo consolatorio. Petrini, fondatore di Slow Food, è intervenuto sul capolarato ma i caporali, come gli scafisti, sono delinquenti che rispondono a un bisogno. Se le tariffe dei braccianti fossero adeguate non ci sarebbero. Ormai la produzione agroalimentare è in mano a poche multinazionali che determinano i prezzi. Altro che scegliere cosa mettiamo in tavola, dobbiamo far contare i lavoratori».

Non basta sostenere la tipicità delle produzioni come Genuino/ Clandestino o i GAS, bisogna cambiare l'agroalimentare e diffidare di Farinetti (patron di Eataly) che «Vorrebbe solo turisti ed export e il Sud Italia come un'enorme Sharm El Sheikh». Farinetti duetta con Renzi, insieme hanno creato l'immaginario di Sinistra: «come ce la stanno raccontando». Per questo c'è bisogno di contronarrazioni e di speranza. Come hanno spiegato Pietro Grossi ed Evelina Santangelo discutendo dei racconti “Pugni” e “L'uomo nell'armadio”, e di “Non va sempre così”, storia di una madre single, precaria che non batte ritirata. «La prima parte del romanzo è una serie di sconfitte: la caduta delle cose vista da una generazione che non ha certezze.

Il padre della protagonista ha vissuto il boom economico e la ricostruzione, lei non ha potere contrattuale, ha perduto diritti e la fiducia nella società. Ma pensa con Artaud che “vorrebbe uscire da questo mondo servile e di un'idiozia asfissiante”. Uscire dal compiacimento dell'asfissia». Tra l'ironico e il fantastico Pietro Grossi ha raccontato il mestiere di scrivere «Non riesco a capire nulla di quello che scrivo, se non la battaglia dolorosa di pensare il meno possibile e lasciarsi andare il più possibile.

In questo momento c'è il mito della realtà, ma la realtà è solo un orizzonte, la letteratura ha come orizzonte l'universo, altrimenti non esisterebbero Kafka o Proust». Non a caso tra i suoi maestri Grossi cita Landolfi e Gogol. Nella sua storia di riscossa Evelina Santangelo crea un personaggio sommesso «Che si muove in modo goffo ma che cambia quando giudica folle ciò che per tutti è normale. Guardando oltre la realtà cristallizzata, come Cortázar». E questo accade «Per la paura di trasmettere alla figlia l'idea che non c'è futuro. Non amo i personaggi forti di certezze, i libri sventolati come verità. Il mio è una perdente che non si rassegna all'idea di diventare irrilevante». La soluzione arriva grazie all'indiano Rajani perché, dice Benjamin: «La speranza è di chi non ha speranza».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative