Cibo e sfruttamento, dietro il mito del gusto le multinazionali
Al Marina Café Noir incontro su “Buono, pulito, giusto” Il blogger Bukowski racconta il mondo dell’agroalimentare
CAGLIARI. Le contronarrazioni di Wolf Bukowski su Slow Food, Coop, Eataly e la scrittura che si libera, al di là della realtà.
Tra le declinazioni di “Signora Libertà”, venerdì Marina Café Noir ha scelto di parlare di cibo col blogger Wolf Bukowski invitato a discutere di “Buono, pulito, giusto” con Andrea Perin, architetto e scrittore. Con sguardo retrospettivo hanno percorso a ritroso la scoperta del “gusto-piacere” a Sinistra, avvenuto tra gli Ottanta e Novanta, mentre la Storia sferrava il primo grave attacco ai diritti dei lavoratori «che pure non se ne erano accorti».
«Il Gambero Rosso era distribuito col Manifesto, nasceva Slow Food – racconta Bukowski – e la vulgata diceva che il capitalismo in fondo portava benessere a tutti». «Slow food racconta quanto è bello tornare al contadino ma non c'è quando si tratta di difendere lavoratori o territori: è lì che si ribaltano i rapporti di forza – sostiene il blogger emiliano – stare a tavola è solo consolatorio. Petrini, fondatore di Slow Food, è intervenuto sul capolarato ma i caporali, come gli scafisti, sono delinquenti che rispondono a un bisogno. Se le tariffe dei braccianti fossero adeguate non ci sarebbero. Ormai la produzione agroalimentare è in mano a poche multinazionali che determinano i prezzi. Altro che scegliere cosa mettiamo in tavola, dobbiamo far contare i lavoratori».
Non basta sostenere la tipicità delle produzioni come Genuino/ Clandestino o i GAS, bisogna cambiare l'agroalimentare e diffidare di Farinetti (patron di Eataly) che «Vorrebbe solo turisti ed export e il Sud Italia come un'enorme Sharm El Sheikh». Farinetti duetta con Renzi, insieme hanno creato l'immaginario di Sinistra: «come ce la stanno raccontando». Per questo c'è bisogno di contronarrazioni e di speranza. Come hanno spiegato Pietro Grossi ed Evelina Santangelo discutendo dei racconti “Pugni” e “L'uomo nell'armadio”, e di “Non va sempre così”, storia di una madre single, precaria che non batte ritirata. «La prima parte del romanzo è una serie di sconfitte: la caduta delle cose vista da una generazione che non ha certezze.
Il padre della protagonista ha vissuto il boom economico e la ricostruzione, lei non ha potere contrattuale, ha perduto diritti e la fiducia nella società. Ma pensa con Artaud che “vorrebbe uscire da questo mondo servile e di un'idiozia asfissiante”. Uscire dal compiacimento dell'asfissia». Tra l'ironico e il fantastico Pietro Grossi ha raccontato il mestiere di scrivere «Non riesco a capire nulla di quello che scrivo, se non la battaglia dolorosa di pensare il meno possibile e lasciarsi andare il più possibile.
In questo momento c'è il mito della realtà, ma la realtà è solo un orizzonte, la letteratura ha come orizzonte l'universo, altrimenti non esisterebbero Kafka o Proust». Non a caso tra i suoi maestri Grossi cita Landolfi e Gogol. Nella sua storia di riscossa Evelina Santangelo crea un personaggio sommesso «Che si muove in modo goffo ma che cambia quando giudica folle ciò che per tutti è normale. Guardando oltre la realtà cristallizzata, come Cortázar». E questo accade «Per la paura di trasmettere alla figlia l'idea che non c'è futuro. Non amo i personaggi forti di certezze, i libri sventolati come verità. Il mio è una perdente che non si rassegna all'idea di diventare irrilevante». La soluzione arriva grazie all'indiano Rajani perché, dice Benjamin: «La speranza è di chi non ha speranza».
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