Marco Travaglio, il Robespierre di questa povera Italia
MASSIMO ONOFRI. Il 28 agosto, al “Festival delle storie”, quello della Valle del Comino, non di Gavoi, ho ascoltato per caso Marco Travaglio, davanti a una folla piuttosto grossa, ma non troppo...
MASSIMO ONOFRI. Il 28 agosto, al “Festival delle storie”, quello della Valle del Comino, non di Gavoi, ho ascoltato per caso Marco Travaglio, davanti a una folla piuttosto grossa, ma non troppo clamitante. Diceva, con quella voce nasale da maestrino, cose d’una volgarità inaudita. Poi ho capito di cosa stava parlando: del suo ultimo libro, dal titolo inequivocabile, “Slurp”, con la bandiera italiana a forma di pendula lingua che si protende dalla copertina. Mai titolo di libro di Travaglio fu più preciso a restituircene il profilo di giornalista, la disposizione psicologica, la vocazione mentale.
Mi chiedo: ma perché a Travaglio interessano tanto gli adulatori e gli ambatti, soprattutto se giornalisti? Mentre ascoltavo mi montava lento il disgusto: con quanto zelo e morbosità, con quanto raccapricciante gusto, con quanta segreta complicità, questo fustigatore di pubblici costumi, questo moralista sferzante, ci restituiva il ritratto dei suoi insignificanti nemici! Simile agli inquisitori controriformistici quando evocavano, elettrizzati, i vizi osceni di eretici e streghe. E con quale lessico, con quali triviali metafore, con quale scadente immaginazione Travaglio lo faceva: neanche degna del suo maestro, il qualunquista Indro Montanelli. Poi ho pensato che ogni epoca ha i tristi Robespierre che si merita: la nostra è quella di comici ridicoli, imbarazzanti, inquisitori.
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