La Nuova Sardegna

“Bende e bavagli” Giovanni Battista Carta e i suoi Quattro Mori

di Giacomo Mameli
“Bende e bavagli” Giovanni Battista Carta e i suoi Quattro Mori

Al palazzo Baronale di Sorso la mostra del pittore sassarese Il simbolo declinato in tanti modi per raccontare l’oggi

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SORSO. Se volete ragionare – o crogiolarvi – sul mito Quattro Mori, sulla versatilità (o volubilità) dei sardi, andate a Sorso, a pochi passi da Sassari fra belle vallate d'autunno con vigne e oliveti. In pieno centro trovate un palazzo detto Baronale. Già questo monumento vale un viaggio. Risale al 1746. Progettato da un ingegnere piemontese di cognome Craveri fu acquisito e restaurato tra il 1980 e il 1985 sotto il sindaco Andreuccio Bonfigli: su consiglio di un architetto illuminato lo aveva salvato dalla ruspa, demolitrice da sempre amata in Sardegna.

Al primo piano vedrete una mostra (inaugurata a fine agosto) dal titolo “Bende e bavagli” di Giovanni Battista Carta. All'interno di sale nobiliari vi imbattete in venti quadri – rettangolari e quadrati – di quei Mori che sono la Sardegna e il suo dna identitario. E tanti fiocchi multicolor. Vi accolgono, in un caloroso caleidoscopio, ottanta visi di Mori (in maggioranza) e Morette (in minoranza), queste ultime più somale che nuragiche, agghindate con orecchini, con o senza bavagli tra occhi, fronte e bocca. Volti che trasmettono intensità e intimità, dolcezza e arroganza, fierezza e sottomissione. Quattro Mori su legno, «neri come il fumo degli incendi che flagellano l'isola». Quattro Mori tracciati sulla sabbia su una spiaggia di tre, quattro

mila anni fa e che sarà la stessa spiaggia quattromila anni post Christun Natum. Fili spinati. Croci-patibolo. Con una bandiera tricolore che non manca mai («tutte le bandiere sono motivo di orgoglio ma anche di sottomissione che argina la libertà»). Ci leggerete, in uno spettro largo, un'opera omnia sull'identità sarda, pregi e difetti di ogni popolo del mondo invaso e dominato ma che non ha risparmiato inchini a invasori e dominatori».

«Non è una mostra politica ma una radiografia con la pittura della nostra società» dice l'artista. «Gli scrittori scrivono. Lo fanno i giornalisti raccontando il quotidiano. Io comunico col pennello, in un misto di rabbia e felicità in base a ciò che passa la cronaca. I Quattro Mori si prestano a queste molteplici letture da Chentu concas chentu berrittas. Ho voluto interpretare questo detto popolare che ci vuole uniti e disuniti, autonomi e proni, ospitali e capaci di dare del ladro a chi viene dal mare. Mostra allestita di getto, tra i frastuoni dei cortei di un popolo senza lavoro, fra le proteste di uomini e donne che non possono prendere l'aereo quando ne hanno voglia, di litorali invasi da migrantes senza cibo e senza libertà, di una classe dirigente querula tra Roma e Bruxelles, vertici, tavole rotonde o sbilenche che a nulla approdano».

Il pittore ha 74 anni. Il più piccolo dei cinque figli di Salvino Carta (sassarese, dipendente dell'Enel) e Concetta Piras, per trent'anni dirigente dei centri di formazione professionale, si è diplomato all'Istituto d'arte di Sassari con maestri che si firmavano Stanis Dessy, Mauro Manca, Mauro Bazzoni. Ha esposto – senza clamori – in tutta la Sardegna e nella penisola. Il primo a capire «un pittore scultore dal pennello irrequieto» era stato il grande genio di Orani Mario Delitala (negli anni '70 direttore della Scuola del libro di Urbino). Nel 1971, presentando al Pennellaccio di Cagliari il trentenne di Sorso, aveva scritto: «interpreta l'aspetto delle cose a modo suo. In queste nuove forme vi è una sostanza di verità nel ritmo dei rapporti cromatici e spaziali strettamente armonizzati con la sua personale sensibilità e cultur».

Osservava Delitala: «Tutto è accompagnato da una felice voce poetica che fa cantare i colori in maniera così varia e par che respirino e vogliano interrogare lo spettatore».

Eccome se respirano, se sperano e si disperano, se volano o sono ancorati alle radici di una terra di pietre questi ottanta volti di Bendati e Sbendati, Bendate e Sbendate. Interpretano la Sardegna e i sardi che - come accade in ogni angolo del pianeta terracqueo - sono talvolta ostinati nei loro pareri ma non si preoccupano, emuli di Solone, di mutari consilium perché «è proprio del saggio cambiar parere». Il 14 marzo 1972 nella pagina di Cultura de La Nuova Sardegna, nella rubrica “Ritratto d'artista” si sottolineava di Carta «l'humor sarcastico, beffardo, che sollecita un dialogo di indagine psicologica con l'osservatore». Quarant'anni dopo quelle raffinate critiche, con questa mostra del Palazzo Baronale di Sorso, è sprezzante e comprensiva, ironica, beffarda e umile perché dei sardi denuncia virtù ma anche vizi. Negli anni d'avvio della rinascita La Nuova aveva scoperto un Carta «pensoso, psicologicamente carico di problemi umani e sociali che tormentano il suo momento creativo». Non solo. Già a metà del secolo scorso l'artista era «ispirato da tematiche di protesta, di contrasto fra il passato e il presente» immergendosi verso «una proiezione socio-morale per l'avvenire». Spiega il pittore: «I Quattro Mori si prestano a una lettura globale della sardità. Perché appare il Moro ardito, quello veramente autonomista e indipendentista, separatista o sovranista». Ma c'è anche il Moro prono, “servo e servile”, che – senza sfogliare i libri di storia ma leggendo le pagine dei quotidiani sardi di questi anni – umilia la sua libertà e consegna la propria bandiera al capo del governo italiano.

Ed ecco la reazione di Carta che usa il tricolore “anche di traverso, in segno di sfregio con il Moro che ha la benda ben stretta su tutto il volto perché non vede, non sente, non parla. Muto è. Fuori dal tempo. Perché questi volti parleranno anche fra duemila anni”.

In altre sale ci sono molte opere di Carta: nature morte e volti moderni, il “leoncino” e “la macchina rossa” o le tante immagini (in acrilico) del cane randagio Chicco accolto nel casolare di Cantarapittu dove Carta ama dipingere dividendosi con un appartamento nel centro storico di Sassari. In “Bende e bavagli” usa legno, stoffe colorate a mano o prestampate, colori a olio e ancora acrilici.

La mostra resterà aperta fino a fine mese nel palazzo Baronale di Sorso.

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