La Nuova Sardegna

Un sardo e altri fiancheggiatori per mettere a segno il colpo

di Nadia Cossu
Un sardo e altri fiancheggiatori per mettere a segno il colpo

I carabinieri hanno fermato un giovane di Sorso, fa parte della banda che ha assaltato il bancomat Si cercano altri elementi del gruppo, anche per questo i militari non danno dettagli sull’operazione

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ALGHERO. Un gruppo numeroso, organizzato, un commando che aveva studiato a lungo il colpo, che sapeva come muoversi, che conosceva tempi di reazione e vie di fuga. I banditi autori della rapina di venerdì notte al bancomat dell’aeroporto di Alghero – sei quelli fermati finora – erano sì “preparati” sulle tecniche di assalto ma avevano tralasciato un altro tipo di dettaglio: qualcuno li teneva sott’occhio. Particolare di non poco conto, considerato che proprio questa leggerezza ha mandato in frantumi i loro piani.

Il complice di Sorso. I carabinieri che poco dopo il colpo li hanno identificati e bloccati a Platamona è come se sapessero esattamente da quale parte andare. Sorso, nella fattispecie. E infatti sarebbe proprio di questo paese l’unico componente sardo (e italiano) del gruppo, quello sospettato di aver fornito la base logistica ai complici. Un appoggio sicuro dove poter organizzare l’assalto e anche pianificare la fuga.

Caccia aperta ai fiancheggiatori. Ufficialmente si parla ancora di fermi ma è chiaro che i sei uomini – cinque tra albanesi e romeni – saranno arrestati nelle prossime ore. E non è escluso che ben presto i militari arrivino anche a individuare altri eventuali fiancheggiatori. Complici che potrebbero aver aiutato la banda nelle fasi precedenti. Ecco perché il riserbo, in questo momento, è d’obbligo: una mossa sbagliata rischierebbe di compromettere le indagini. E gli investigatori sono quasi certi che dietro l’assalto di venerdì notte – e forse anche di altri precedenti colpi simili a quello – ci siano almeno altre tre o quattro persone.

L’allarme delle istituzioni. Il sindaco di Alghero Mario Bruno è comprensibilmente preoccupato: «In passato abbiamo avuto diversi incontri in prefettura sui temi dell’ordine pubblico e della criminalità, ma mai mi sarei immaginato di dover un giorno affrontare anche quello della sicurezza in aeroporto». È chiaro che l’irruzione indisturbata di cinque persone all’interno di uno scalo internazionale ha lasciato sbigottito il primo cittadino come chiunque sia venuto a conoscenza di questa notizia. E il rimpallo di responsabilità è una conseguenza che non deve stupire. A chi spetta il controllo di una struttura così importante? Cosa non ha funzionato venerdì notte? Perché nessuno è riuscito a bloccare i malviventi che, almeno stando ai primi accertamenti, non avevano con sè armi da fuoco ma “solo” asce? «Chiarire i ruoli credo che in questo momento sia una priorità – spiega subito Bruno a proposito – L’aeroporto è di proprietà dello Stato, poi c’è la società che ha la gestione quarantennale». Ma, almeno ai non addetti, sembra essere ancora poco chiaro quali siano le rispettive competenze in termini di sicurezza. «Una cosa è certa – dice il sindaco – l’aeroporto è un luogo talmente sensibile che non si può nemmeno pensare che esista anche il più piccolo pericolo. Per questo motivo chiederò al prefetto che ci sia un rafforzamento della sicurezza».

La spavalderia della banda. Il blitz al Riviera del Corallo è stato ripreso per intero. L’occhio delle telecamere ha immortalato ogni movimento e questo ha consentito alle forze dell’ordine di fare una ricostruzione molto precisa dell’irruzione. Sia dal punto di vista temporale – tre minuti in tutto dall’1.47 all’1.50 – sia per quanto riguarda le modalità. Un Fiorino usato come ariete, un altro all’esterno che doveva servire per la fuga. Entrambi rubati nella lavanderia industriale “Nivea” di Porto Torres e poi ritrovati – perfettamente ripuliti – insieme al bancomat nelle campagne di Sa Segada, a pochi passi dallo scalo. Poi la folle corsa verso il litorale di Platamona, l’unica strada che avrebbe consentito loro di raggiungere il rifugio concordato. Un luogo sicuro dove spartirsi il bottino da centomila euro in tutta tranquillità.

Il contributo indispensabile di complici “del posto”. Ed è chiaro che un piano del genere non poteva essere realizzato senza il contributo di qualcuno che conosceva bene la zona. Tunisini e albanesi, da soli, non avrebbero mai potuto, in sintesi, organizzare questa rapina. E non bastava neppure il contributo solitario del complice di Sorso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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