L’aquila di Gilmour vola in alto, nel futuro
Esce “Rattle That Lock” album solista del chitarrista Echi dei Pink Floyd e l’invito a non cadere preda dell’apatia
CAGLIARI. Vola in alto come un aquila. Libera con lo sguardo acuto verso il futuro. Un battito d’ali possente ed è già lontana mille anni dalle miserie del mondo. “Rattle that Lock” (Sony) quarta prova solista di David Gilmour, l’anima pop jazz dei Pink Floyd, dopo “On An Island” del 2006 si cimenta nuovamente con un album in solo (scritto in tandem con la moglie Polly Sanson) che è anche e soprattutto un concept spiazzante da ascoltare senza soluzione di continuità, dalla prima all’ultima (la decima) traccia come fosse il racconto di una giornata. Una beatlesiana “A day in the life” che è un po’ anche come tirare le somme di una vita, fissando i punti forti che ne hanno caratterizzato l’esistenza: fatta di una passione artistica immensa. E condivisa nel quartetto che più di un altro ha segnato con la sua musica la contemporaneità, lasciando una eco profonda in chi è arrivato poi a riannodare i fili di una sperimentazione senza limiti (Radiohead).
Gilmour è stato artefice e comprimario di quel rivoluzionario suono che è entrato nella leggenda. Di quel lungo percorso ne porta gloria e ferite. Ed ora ecco a modo suo, argomentare in singoli dieci tune, distillati di esperienza, meditazioni, pensieri di un attimo. Che invitano a non lasciarsi buttare giù, a non cadere preda dell’apatia, ma invita a scuotersi contro le ingiustizie. E a volare alto, guardando lontano come un’ aquila, appunto. In “Rattle that lock” c’è il meglio del Gilmour chitarrista di razza, negli interstizi trovi i migliori anni dei Pink Floyd richiamando i suoni della band a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta (e come non potrebbe?), ricordando l’amico Richard Wright tastierista dei Pink Floyd, immergendo i versi nella poesia (Milton). Riaffiorano qua e là citazioni di “Dark Side”, passioni jazz, lirismi folk.
L’album si apre in modo sontuoso con uno strumentale “5.A.M” dove emerge immediatamente la cifra solistica del chitarrista fenderiano. “Rattle that lock”, la canzone che dà il titolo all’album arriva subito a marchiare il viaggio. Poche note registrate da Gilmour nella stazione di Aix en Provence, riprendono la sigla delle ferrovie francesi attorno alle quali il chitarrista costruisce un brano di presa immediata. “Faces of stone”è una delle vette del disco: parte sottovoce riecheggiando ballate elisabettiane diventando poi un pezzo ricco con una orchestrazione da brividi. “A boat lies waiting” è dedicato all’amico Wright e alla sua passione del mare.
Un pezzo che dondola come cullato dalle onde. “Dancing Right in front of me” cita la beatlesiana “Michelle”e cuce assieme valzer e jazz. Seguono “In any tongue”, (puri Pink Floyd), il meditativo “Beauty”, “The girl in the yellow dress” blues jazzato, il funk rock di “Today” e infine l’ultima strumentale “And then” dove aleggia “Shine on”. Che la forza sia con David Gilmour.
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