La Nuova Sardegna

La fuga dalle case prima della piena: «È stato terribile»

di Dario Budroni
La fuga dalle case prima della piena: «È stato terribile»

Nei quartieri a rischio si rivive il dramma di due anni fa Qualcuno vorrebbe andarsene: «Ma chi comprerebbe qui?»

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OLBIA. Aveva appiccicato un pezzetto di carta allo stipite di una porta. E con una penna blu aveva scritto «livello dell’acqua». Era il 2013 e quel foglietto serviva un po’ per ricordarle il peggiore dei suoi drammi. Tra qualche giorno, quando finalmente riuscirà a scacciare il fango, Franca Turrini probabilmente incollerà un altro pezzo di carta. «Il 18 novembre 2013 l’acqua entrò in casa e arrivò a un metro e 75. Stavolta poco meno di un metro, ma i danni sono gli stessi. Si può dire che siamo incazzati? Due alluvioni in meno di due anni, cos’altro dovrei dire?». Franca Turrini è una casalinga. Insieme al marito Luciano Porcedda, pensionato, abita nel quartiere di Isticcadeddu, in una delle strade meno sicure della città: via Gessi, che si affaccia esattamente sul rio Siligheddu. Giovedì il fiume è tornato a devastarle la casa. E ieri mattina, sotto un sole ancora timido, lei è tornata a impugnare pala e stracci.

Voglia di scappare. Il suo sogno è vendere tutto e comprare una casa nuova, lontana da quel canale che si prende gioco della sua tranquillità. Ma il suo è un desiderio destinato a rimanere tale. «Questa casa l’abbiamo acquistata dopo anni di sacrifici. È la nostra. E ora chi se la compra? Chi è il matto che verrebbe a vivere qui? Io personalmente non la comprerei – dice Franca Turrini -. Mi viene voglia di cambiare, di allontanarmi dal fiume. Ma penso proprio che non ci riuscirò mai». La sua casa ora vomita fango. Gli armadi si sono gonfiati, la lavastoviglie neanche si apre, i letti sono tutti inzuppati. «Alcuni mobili ce li avevano regalati, altri li stiamo ancora pagando, il divano e la lavatrice erano stati donati dalla caritas – continua Franca Turrini -. Ora ci ritroviamo punto e a capo. Io non ce la faccio più». Mentre lei ripulisce casa con l’aiuto di qualche amico, il marito lava porte, sedie e mobiletti in mezzo alla strada. «Nel 2013 avevamo avuto più di 20mila euro di danni. Ci hanno risarcito con poche migliaia di euro – dice lui -. E ora ci tocca ricostruire tutto. Siamo distrutti».

Il fiume in casa. Il rio Siligheddu è straripato tre volte. «Di mattina ho visto salire il livello dell’acqua. Ero sola in casa. Quindi ho preso i cani e il gatto e ho raggiunto la macchina, che avevamo parcheggiato in una zona più alta. Sono scappata in fretta e furia – racconta Franca Turrini -. Poi il fiume è entrato dentro casa. Ma almeno noi ci siamo salvati». Lei e suo marito sono sfollati. Hanno passato la notte in hotel. Prima di tornare a casa ci vorrà un bel pezzo. A Isticcadeddu le ondate di due giorni fa hanno devastato meno case rispetto al 2013. Ma per le persone colpite il risultato è quasi lo stesso.

Storie comuni. Le storie si somigliano tutte. Anche Gavino Spano non ne può più. «È arrivata meno acqua della scorsa volta, ma i danni ci sono eccome – dice -. Dovevo terminare ancora alcuni lavori. Invece eccoci qua, nuovamente alluvionati». Anche Chiara Dettori, professoressa, è impegnata a spalare fango. «Si è allagato il garage, per fortuna avevamo tolto diverse cose dopo l’allerta – racconta -. Almeno stavolta c’è stata più comunicazione. Ci hanno avvisato in tutti i modi del rischio alluvione». Isticcadeddu prova a rialzare la testa così. Nel quartiere ci sono diversi volontari, soprattutto amici e parenti dei colpiti dal fango. Qualcuno sale in macchina e corre al supermercato poco distante per comprare panini, stracci e detersivi. In giro anche qualche studente pronto a dare una mano.

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