La Nuova Sardegna

Al Karel Music Expò il suono mitico e indie di H.J. Rodelius

di Gabriele Balloi
Al Karel Music Expò il suono mitico e indie di H.J. Rodelius

Si è chiusa a Cagliari la nona edizione del festival di Vox Day I set del grande Blaine L. Reininger, dei Clinic e di Bob Log III

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CAGLIARI. Si è tinto di giallo l’autunno. Per la nona edizione del Karel Music Expo. Chiudendo la tetralogia cromatica (gli scorsi anni preceduta da bianco, nero e rosso) ispirata alla Ruota della Medicina, antico simbolo del popolo Lakota, emblema a sua volta d’indipendenza identitaria. Quale miglior contrassegno per il “festival delle culture resistenti” prodotto da Vox Day. Tre serate consecutive di musica “indie”, terminate sabato, con un carnet immancabilmente carico di proposte. Ogni anno più ricca e articolata, la rassegna curata da Davide Catinari stavolta prevedeva pure una rassegna di proiezioni di cinema indipendente (in collaborazione con lo Skepto International Film Festival), degustazioni e iniziative ecosostenibili.

Location principale, come sempre, il Teatro Civico di Castello giocato fra due palchi, “ main” ed “acoustic”. Altre performance, più le proiezioni del Kme-Movie, si tenevano fra Palazzo Siotto e il Piccolo Teatro Santa Croce. Circa una ventina gli artisti ascoltati, stranieri e nostrani.

Tra cui spiccavano il mitico H.J.Roedelius, un caposcuola dell’elettronica, cofondatore dei Cluster e Harmonia, sul palco assieme a Stefan Schneider: immersi nell’improvvisazione reciproca l’uno sugli spunti dell’altro, a plasmare atmosfere sospese, tessuti sonori astratti, pulviscolari, evanescenti e brumosi, su cui talora s’innestano melodie del pianoforte, destinate a dissolversi in costruzioni ambient-glitch la cui complessità variazionale e “minimal” si colloca a metà strada fra John Adams e Stockhausen.

«Mystery and Confusion», invece, non pareva solo un titolo, ma temperie generale dei brani di Blaine L.Reininger, co-leader dei Tuxedomoon, pietra miliare della new wave, in coppia col chitarrista/cantante Georgio Valentino: dallo slapping attorno a frammenti modali-arabeggianti di «Night Air» fino alle stranianti distorsioni di «No tears», fa ancora breccia la voce graffiante e scura di Blaine.

Autentica terapia d’urto, poi, quella dei Clinic, la band di Liverpool con quindici anni d’attività alle spalle, che Thom Yorke volle nel tour “Kid A” dei Radiohead; esibizione in mascherina e divisa chirurgica, per proporre un forsennato shakeraggio di psych-rock, post-punk, pop e garage, dalle divaganti propulsioni ritmiche. Non meno trascinante però il sound dei Drink To Me, gruppo torinese che miscela funk, synth ed elettro-pop: in pratica, il groove dei Foals o degli Animal Collective misto a quello di Mgmt.

Vero animale da palcoscenico, è stato poi l’americano Bob Log III, voce distorta dal casco con annessi maschera ad ossigeno e telefono, una “one-man band”, con chitarra slide e batteria, virtuosismo e macchina da spettacolo insieme. Non male anche i maltesi Nosnow/Noalps, spensierati e “easy” quanto basta, nel loro mix di reggae, ska e indie-rock. Tra gli italiani e i sardi da segnalare le performance dei vari Dimartino, Appino, Posadinu e i Pussy Stomp.

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