“Nabucco”, grandi applausi a Gazale
Ma l’opera allestita al Comunale per la regia di Leo Muscato non lascia il segno
CAGLIARI. Niente fronzoli. Ma piuttosto un’antichità essenziale, austera, imponente. Così la regia di Leo Muscato, con lo scenografo Tiziano Santi, aveva concepito nel 2012 il «Nabucco» di Giuseppe Verdi. Tale e quale l’abbiamo ritrovato, al Comunale (e in replica fino all’11 ottobre), per il cartellone del Lirico. Registicamente ripreso da Alessandra De Angelis, propone quegli stessi ambienti, severi e cupi: siano essi il Tempio di Gerusalemme o gli orti pensili, palazzo e prigioni di Babilonia. Sortisce ancora il suo buon effetto la falsa pietra di soffitti e pareti mobili: che ora crollano, ora si spezzano davanti alle fiamme, si lasciano fendere dai fulmini, o si sollevano, addirittura, come portali sotterranei in un film d’«Indiana Jones», attraverso cui passano sapienti le luci di Alessandro Verazzi.
Queste le architetture, vagamente minacciose e claustrofobiche, che “intrappolano” vicende e personaggi (vestiti da Silvia Aymonino). Protagonisti ovviamente, il re Nabucco di Alberto Gazale e l’Abigaille di Dimitra Theodossiou. Che strappano lunghi, scroscianti applausi a scena aperta. Il baritono sassarese non manca di che meritarli: emissione timbricamente curata per proiezione e portanza; esemplare nel sostegno del fiato e gestione dei colori; fa un onesto lavoro di propositi espressivi, specialmente durante e dopo la conversione del sovrano babilonese. Più d’una volta, tuttavia, gli difetta l’intonazione laddove, pur con l’ottimo scopo di sfruttare mezzevoci, tende però a sfibrare la grana vocale, nonché a scivolosi “portamenti/strascicature”. Anche il soprano greco offre una bella interpretazione, recitativa e canora. Dopotutto, è fra le migliori Abigaille degli ultimi tempi. Superiore, senz’altro, all’Aida dei mesi scorsi. Qui la Theodossiou sfodera quei filati, “messa di voce”, rotondità e ricchezza di armonici che sono suo marchio di fabbrica. Ma lei pure presenta qualche neo: come i sovracuti, pieni e puliti sì, ma troppo “spinti”; oppure il “vibrato” non sempre equilibratissimo. Lo Zaccaria di Simon Lim, talora un po’ ingolato e monocorde, convince sul serio però in «Vieni, o Levita!», per nobiltà, e squisito modo di porgere la frase, morbido nell’attaccare e chiudere ogni verso. Purtroppo flebile, diafano, l’Ismaele di David Sotgiu non emerge granché. Se la cava meglio Lara Rotili, Fenena di vocalità affettuosa e garbata, pur con qualche acuto un po’ acidulo. Buono il coro, preparato da G.Mastroiaco. Senza infamia e senza lode, la direzione di Massimiliano Stefanelli si lascia ascoltare senza troppi sussulti emozionali: una lettura fin troppo diligente, composta, nulla che lasci veramente il segno.
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