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musica

Dopo 100 anni "Non Potho Reposare" diventa un duetto d'amore

di Andrea Massidda
Stefano Rachel, pronipote del compositore della melodia, e Agostino Sini, figlio di Badore, autore dei versi
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Stefano Rachel, pronipote del compositore della melodia, e Agostino Sini, figlio di Badore, autore dei versi

Dopo cento anni nuova chiave di lettura del brano. Il nipote del compositore: «Non era una serenata»

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SASSARI. È una delle canzoni sarde più famose nel mondo, tanto da far parte del repertorio di star internazionali come Al Di Meola, Noa e persino di un celebre coro polifonico giapponese. Un grande classico interpretato anche da Jovanotti, Pierangelo Bertoli, Mango, Anna Oxa, Gianna Nannini e Antonella Ruggero. Per non parlare degli artisti isolani: dal Coro di Barbagia al Coro di Nuoro, da Maria Carta a Paolo Fresu, dai Tazenda di Andrea Parodi e Beppe Dettori a Elena Ledda, tutti o quasi l’hanno intonato e a volte inciso regalandogli un successo strepitoso. Eppure “Non potho reposare” sinora potrebbe non essere mai stato eseguito come l’avevano immaginato cento anni fa Badore Sini – che nel 1915 scrisse i versi – e il compositore Peppino Rachel. Ne è convinto il musicista Stefano Rachel, pronipote dell’autore della melodia, che dopo uno studio filologico è arrivato a una conclusione clamorosa: “A Diosa” (questo è il titolo originale del pezzo) non è come abbiamo sempre creduto una serenata da strimpellare sotto un balcone, ma un vero e proprio duetto d’amore tra un uomo e una donna, cioè un motivo che presuppone un dialogo a distanza tra i due innamorati.

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Tanto che esistono anche i versi di “A Diosu” (la replica femminile), alcuni dei quali ora il teorico di questa rivoluzionaria tesi ha intrecciato con quelli maschili creando il “botta e risposta” e affidando la registrazione a due cantanti pop: Alessandro Spedicati (in arte Diablo, leader dei Sikitikis) ed Elisabetta Delogu, una delle voci delle Balentes. Il risultato è una traccia ancora inedita che tuttavia si potrà ascoltare in anteprima assoluta oggi alle 12.30 nel programma “Mediterradio”, condotto su Rai Radiouno da Vito Biolchini. Mentre la partitura per pianoforte di questa nuova versione - eseguita come nella Belle Époque a tempo di valzer - sarà ristampata dalla giovane casa editrice cagliaritana Palabanda.

Considerato che si parla di un monumento culturale ce n’è sicuramente abbastanza per attendersi un dibattito, se non addirittura una polemica. Stefano Rachel, però, non ha dubbi sulla correttezza della sua operazione. E qualche giorno fa ha ricevuto i complimenti di Agostino Sini, l’ormai anziano figlio dell'avvocato sarulese autore della poesia in questione (endecasillabi come le terzine dantesche, con “appoggio" sulle sillabe 1,6 e 8 e l’accento sulla 10). «Perché sinora nessuno ha capito o non ha voluto capire che si trattava di un duetto? A mio avviso – spiega Rachel – la prima motivazione è che tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta del secolo scorso i cori nuoresi realizzano su impulso di Banneddu Ruju versioni eminentemente per voci maschili, come fosse una serenata, appunto. Ma l’origine è ben diversa. E noi adesso vogliamo restituire il ruolo importante attribuito alla donna, così come i nostri Badore e Peppino l’avevano pensata: una donna non succube, certamente innamorata, ma assertiva, al punto da suggerire a Diosu di inventarsi qualcosa per raggiungerla, come quando nella strofa 9 gli dice: prendi l'idrovolante e vieni a baciarmi all'istante. Insomma – continua – abbiamo ripreso le splendide parole che Sini e Rachel avevano messo sulle labbra di Diosa, la Dea».

Ma allora – ammesso e non concesso che il pronipote del compositore abbia ragione – le interpretazioni precedenti come vanno considerate? Certi capolavori si possono davvero archiviare come falsi? È Stefano Rachel stesso a rispondere. «Filologicamente parlando – dice – sono tutte versioni sbagliate. Ma dal punto di vista estetico non nego che alcune siano bellissime, commoventi, sia con le parole sia senza. Ad esempio, quella di Paolo Fresu mi fa venire la pelle d’oca per quanto è suggestiva. O la versione di Maria Carta, nonostante lei canti i versi dell’uomo. Insomma – conclude – il danno, mi si passi il termine, è stato fatto dai cori. Ma con tutta onestà devo dire che anche grazie alle loro interpretazioni è stata di molto aiutata la diffusione della melodia/armonia del brano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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