La Nuova Sardegna

Migrazioni, non solo guerre Milioni in fuga per i gas serra

di Antonio Canu
Migrazioni, non solo guerre Milioni in fuga per i gas serra

Solo nel 2014 gli eventi naturali hanno prodotto 19 milioni di sfollati

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. «Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un'altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un'eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice, altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l'altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell'uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi,via via che si estinguono quelle che c'erano prima o si incorporano con altre più forti».

Chi scrive, non è un sociologo, un geografo o un antropologo. O qualsiasi altro studioso moderno, che voglia spiegare il flusso di disperati che soprattutto dal sud del mondo si spingono a nord. Chi scrive così – nel lontano 42 - 43 d.C. – è Seneca, il filosofo e senatore romano, all’interno del suo “Consolazione alla madre Elvia”. Del resto le migrazioni, spontanee o forzate, periodiche o improvvise, esistono da sempre e continueranno ad essere una componente sempre più frequente, in un mondo in trasformazione. Anzi, saranno sempre più una forma necessaria di adattamento alla vita sul Pianeta.

Tra le cause storiche, oltre quelle già citate dallo stesso Seneca e in alcuni casi perfino attuali, si aggiungono oggi – in netto aumento per frequenza e intensità – quelle legate ai cambiamenti climatici. Infatti, l’insieme degli impatti che derivano dall’aumento della temperatura, dalla fusione dei ghiacciai e con essa l’ innalzamento del livello dei mari, dall’impoverimento e dal degrado dei territori, sta determinando nuovi scenari, molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto. Nei quali si assisterà non solo agli spostamenti delle comunità durante le emergenze, ma ci saranno – più di quanto già non avvenga oggi – migrazioni di massa per fuggire a conflitti locali e a competizioni sociali e territoriali sempre più vaste. Del resto, se scarseggiano le basi essenziali per vivere in un luogo, se le stesse sono contese e a rischio esaurimento, l’unica salvezza è andar via, alla ricerca di condizioni migliori. Che sia l’acqua, un terreno fertile, la presenza di risorse vitali. Nell’arco di tempo che va dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa soprattutto di tempeste e alluvioni, cioè gli impatti più estremi dei cambiamenti climatici.

E’ quanto è riportato nel rapporto “Migrazioni e cambiamento climatico” curato dal Cespi (Centro Studi di Politica Internazionale), dalla Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) e dal Wwf Italia, quale contributo in vista della Cop21 (la Conferenza di Parigi 2015 sul clima).

Lo stesso rapporto individua 5 “forme” di spostamento: migrazioni di carattere internazionale; migrazioni permanenti e di interi nuclei familiari; sfollati interni e profughi a livello internazionale a causa di calamità naturali improvvise; ricollocazione di intere comunità per ridurre la loro esposizione a grandi rischi naturali e climatici. E’ evidente che la situazione può solo peggiorare se non s’interviene immediatamente sulle cause dei cambiamenti in atto. Anche perché eventuali ritardi nel prendere le misure urgenti – prima fra tutte il taglio drastico delle emissioni di gas serra - farebbero salire la temperatura oltre il limite dei 2°C, cioè la soglia oltre la quale le conseguenze soprattutto per alcune aree del Pianeta sarebbero catastrofiche. Ieri si è svolta la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali, promossa dall’Onu.

Solo nel 2014 tali eventi hanno causato 19,3 milioni di sfollati. L’appuntamento di quest’anno è dedicato alla “conoscenza per la vita”, cioè alla valorizzazione delle conoscenze tradizionali, indigene e locali che sono da complemento alla scienza moderna per favorire la resilienza ai disastri naturali, dalla siccità alle ondate di calore, dalle tempeste alle inondazioni. Come scrive il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon “La resilienza è la somma di molte azioni a livello locale per ridurre il rischio. In questa Giornata internazionale dobbiamo riconoscere gli sforzi delle comunità grandi e piccole che usano la propria saggezza per ridurre il rischio di disastri, e condividere la loro preziosa conoscenza per la vita“. Almeno finché sarà possibile, andrebbe aggiunto. Proprio perché i disastri naturali sono in aumento e sempre più devastanti a causa del clima che cambia. E non ci salveranno secoli e secoli di sapienza, di fronte all’imprevedibile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative