Enti locali, il futuro è un rebus: sulle Province è ancora scontro
L’iter avviato dall’assessore Erriu si è arenato: la bozza iniziale è stata già modificata più volte Logiche di campanile complicano le scelte, incertezze su numero e dimensioni dei nuovi organismi
CAGLIARI. Bucce di banana, trappole, false passerelle, finti osanna, tanto, troppo fuoco amico, mentre quello nemico altro che placarsi, spara sempre e ancora ad alzo zero. È il percorso di guerra in cui la riforma degli Enti locali, la legge Erriu, dal nome dell’assessore, è scivolata e da cui pare non riesca proprio a sfuggire. C’è finita dentro, nel bel mezzo del campo minato, un giorno dopo l’altro e oggi a ogni passo rischia la pelle, con effetti a catena, molto pericolosi, per la maggioranza di centrosinistra, ancora scomposta nelle scelte, e col rischio di frantumare anche il centrodestra, l’opposizione, indeciso su quando e come assestare le cannonate.
Il pantano. Dire che la riforma è prigioniera del caos forse è esagerato, ma che i partiti, dovunque stiano a sinistra o a destra, siano in fermento è una certezza. Più nei singoli consiglieri regionali, obbligati a tener conto degli umori dell’elettorato di casa, che nelle segreterie a loro volta impantanate e chissà fino a quando in spinosi «affari interni». Lo scenario è questo e la gente comincia a non capire perché tutto sia così complicato fra Unioni di Comuni, declinate dalla riforma in almeno tre tipi ed è un’esagerazione, e una Città metropolitana, quella di Cagliari, sia gonfiata o sgonfiata nel numero dei partecipanti a seconda del momento. Quasi si volesse accontentare tutti, ma alla fine tutti sono scontenti.
I dubbi. Come se non bastasse, c’è il dilemma delle ex Province: sono abolite o resteranno per la transizione da un modello all’altro, saranno tre oppure quattro, quella Tirrenica (Gallura, Nuoro e Ogliastra insieme) è solo una suggestione e quella del Sud non servirà a nulla? Davanti a questa infinità di domande c’è chi comincia a stufarsi della lentezza (compresa quella del Parlamento nello sciogliere i dubbi sulla sua riforma costituzionale) con cui la rete degli Enti locali dev’essere ridisegnata per forza dopo che le Province sono state spazzate via dai referendum del 2012, in Sardegna, e dalla volontà politica nazionale più tardi. La legge Erriu, come quella Delrio a Roma, ballano eccome sulle mine anticarro e la paura del botto comincia a prevalere sugli annunci entusiastici di mesi fa: «Partiamo dagli Enti locali per garantire più efficienza». Se le premesse sono queste, non c’è da stare allegri.
La terza bozza. È sull’Erriu ter che in Consiglio regionale vanno avanti i lavori della commissione Autonomia, presieduta da Francesco Agus di Sel. Il giovane ma caparbio consigliere è impegnato nel primo difficile obiettivo: portare a casa il risultato entro novembre. Poi nel complicato impegno di tenere a bada il campanilismo che serpeggia eccome in maggioranza e infine nel provare a convincere l’opposizione che «le riforme sarebbe meglio farle assieme». Auguri.
L’illusione. Ogni volta che il bollettino accenna solo alla possibilità di una quarta, definitiva e condivisa edizione della legge, sarebbe poi quella da votare in aula, scoppia un putiferio. Perché la verità è questa: non c’è accordo nel centrosinistra e neanche nel centrodestra, ancora meno i due poli vanno a braccetto. Per fugare ogni dubbio su alleanze trasversali, il capo gruppo di Fi Pietro Pittalis è stato drastico: «Noi dell’opposizione non consideriamo neanche l’ipotesi di confrontarci col centrosinistra su una pseudoriforma che è il mercato delle vacche e dei campanili». Dagli stessi banchi a bocciare la bozza sono stati Paolo Truzzu e Gianni Lampis di Fdi-An: «Siamo di fronte a uno zombie che si risveglia» e Michele Cossa dei Riformatori: «Non cancella le Province e complica invece di semplificare». Ancora per la minoranza è stato il capogruppo dell’Udc Gianluigi Rubiu a mettere assieme la sintesi più efficace: «Altro che riforma, è il regno della confusione».
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