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il caso

Giuseppe Biasi, artista oltre le ideologie

di Manlio Brigaglia
Giuseppe Biasi, artista oltre le ideologie

“Casa Pound” rivendica a sè l’eredità culturale del grande pittore sassarese: un’operazione senza fondamento. Onorare un artista è sempre un dovere. Andare a frugare in una supposta fede politica per strumentalizzarla non fa onore all’impresa

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Onorarlo come merita è un dovere. Al quale l’amministrazione comunale sassarese ha più di una volta fatto onore (ci sono mostre a lui dedicate, a cura del Comune, nel 1961, 1965, 1984) e altrettanto hanno fatto galleristi e collezionisti sassaresi (già nel 1947 a cura dell’Associazione della stampa e dell’Associazione degli Artisti sassaresi). A scorrere il grande e magnifico studio che Giuliana Altea e Marco Magnani gli hanno dedicato in un volume della nuorese Ilisso nel 1998 si resta letteralmente abbagliati e anche un po’ storditi dal rutilare dei colori, specie di tutta la sua pittura (e delle xilo-linoleografie) dalle opere della giovinezza al cadere degli anni Trenta: a vedere certi quadri degli anni Quaranta (dove sono così frequenti i paesaggi del Piemonte dove abitava, abbastanza destinati a al mercato di una borghesia provinciale “di Conteniente”) solo se sei un forte intenditore ci riconosci il tratto del “nostro” Biasi.

In realtà, in quella pittura più fortemente e, come dire?, quasi arrogantemente “biasiana” (dove a volte lo stile anche rischia di diventare puro stilema da ripetere su comando) riconosciamo il segno nell’artista che ha “inventato” l’arte sarda, secondo un’idea che non ha soltanto praticato nella sua pittura ma anche predicato nelle sue frequenti polemiche con critici e artisti sardi: con i quali gli capitava di litigare di frequente. Sicuro com’era delle proprie idee e anche di una propria superiorità che si esprimeva anche fisicamente nella sua figura aristocratica, in una certa aria chic così di moda negli Anni Ruggenti europei alle soglie della grande crisi, il monocolo e l’eterna sigaretta (si presterà con questi tratti a qualche malevola caricatura: «tecnico del baciamano e del monocolo, mezzo intellettuale e mezzo artista, anzi mezza anima», lo chiamerà un sacerdote critico d’arte). Sassarese quant’altri mai, come lo ricordano i suoi frequenti ritorni in città. Da quando, a fine dicembre 1904 (19 anni appena compiuti) va a Roma a intrufolarsi e crescere in un animoso gruppo di intellettuali sardi raccolti intorno a Salvator Ruju e sotto l’ala materna ma prestigiosa della Deledda fino al settembre 1942, Biasi, perfino nei quattro anni “africani” 1924-1928 fra Tripoli e l’Egitto, torna a Sassari quasi ogni anno, magari per partire di qui per i suoi lunghi viaggi d’esplorazione della Sardegna che forse gli era più cara.

A Biella, dove morirà, ci càpita invece per caso. Nell’autunno del 1942 la nave che lo porta a organizzare una sua mostra torinese naufraga con lui, tutte le sue valigie, 55 suoi dipinti. Si ritrova a Livorno senza neanche un vestito, si rifugia a Biella, all’”Albergo Piemonte”. che sarà anche la sua residenza. Qui diventa presto un cittadino “di spicco”, come dicono Altea e Magnani, nelle sale giocherà lunghe partite a carte con gli ufficiali tedeschi di stanza nella città: sono tempi d’Apocalisse, correrà perfino voce che vada per boschi non per trovare ispirazione ma per spiare i partigiani. Voci così, corroborate da altre forse messe in giro da pittori concorrenti, lo porteranno a morte. Del resto è un pittore, Guido Mosca, che lo arresta il 2 maggio. Il 20 lo caricano con altri 28 arrestati sul treno per Andorno Micca, dove c’è un campo di concentramento. Nella marcia dalla stazione al campo, lui che zoppica (ha avuto un incidente dalle parti di Teulada, autista della sua Balilla l’allievo-“assistente” Iginio Zara) resta in coda. Uno, dalla folla che grida “Torturatori!” gli tira un sasso con una cinghia. Il suo corpo resterà quattro giorni insepolto nel cimitero. Le spoglie torneranno a Sassari nel 1994.

L’assassinio di Biasi fu un tragico errore. Tutte le guerre civili sono piene di questi orrori. A lui nocque forse, in una provincia dilaniata dalla lotta e con una forte presenza partigiana, un filogermanesimo di cui non faceva mistero: lo aveva nutrito, si può dire, sin dalla sua giovanilissima adesione alla Secessione, che era un’idea di pittura di patria tutta tedesca. Alla sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale aveva goduto sperando che, sconfitte a Versailles le aspirazioni dell’Italia, la nostra “vittoria mutilata” e il crollo verticale dei tedeschi potessero creare un gruppo fortemente adesso per propagandare e far vincere le idee del mondo e dell’arte che parevano comuni. Del suo aristocratico distacco dal fascismo abbiamo cento testimonianze, magari vestite da battute mondane: «antifascista sempre, di un filo germanesimo del tutto parolaio e culturale», è una sentenza del suo grande amico Eugenio Tavolara. Ma un antifascismo che era soprattutto rifiuto di regole imposte dall’alto e obbedienze conformiste. Forse non senza una punta di noia per quel tanto di rozzezza che il fascismo spesso vantava. Ma l’amore per la Germania quello ci fu sempre, dal voler imparare il tedesco ad essere uno dei primi a godere per intero la tetralogia wagneriana. Ma forse, a Biella, non andò mai oltre il tavolo verde di bridge: e magari senza ripulsa per le SS che giocavano con lui.

Onorare un artista è sempre un dovere. Andare a frugare in una supposta ideologia per strumentalizzarla non fa onore all’impresa.

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