Energia più cara, rivolta nell’isola
L’essenzialità resta solo per Macchiareddu. La Regione: decisione inaccettabile
CAGLIARI. Una sola centrale elettrica su quattro, in Sardegna, potrà contare ancora e fino a tutto il 2016 sul regime di essenzialità, cioè costi di produzione più bassi. La conferma arriva da Terna, il gestore della rete, che all’Autorità per l’energia ha proposto il rinnovo solo per la centrale di Assemini-Macchiareddu, tra l’altro in dismissione. Escluse, tagliate di netto, Ottana e il Sulcis, forse è possibile ancora un ripescaggio per Porto Torres, ma non c’è alcuna certezza. La decisione ha scatenato un fuoco di fila nell’isola e a essere sorpreso per primo è stato l’assessore all’Industria Maria Grazia Piras: «Non possiamo accettare – scrive in una nota – quest’imposizione. In questi mesi, abbiamo posto con forza il problema all’attenzione del Governo e dell’Autorità per l’energia, ma vista la decisione di Terna saremo costretti a sollevare il tenore del confronto». Però ormai la bocciatura di tre centrali su quattro sembra una scelta irreversibile. Purtroppo l’azzeramento dei contributi – hanno denunciato insieme la Confindustria e il sindacato – «avrà conseguenze gravissime, con contraccolpi pesanti, leggi licenziamenti, su una regione già stremata dalla crisi. Allo stesso tempo, ad Ottana, sarà anche azzerata per sempre ogni possibilità di rilancio dello stabilimento «Polimeri», fermo da oltre un anno. Anche nel Sulcis d’ora in poi sarà molto più alto il rischio di un prossimo deserto industriale, con l’addio definitivo delle grandi fabbriche». Secondo Confindustria e sindacati, «l’ufficialità conferma che nonostante i nostri solleciti e gli allarmi lanciati più volte in questi mesi finora la politica, dalla Regione al Governo, ha sottovalutato il problema». Oggi, con la comunicazione di Terna, «siamo di fronte al fatto compiuto e le conseguenze saranno devastanti: morirà tutto». L’esclusione delle tre centrali ha scatenato reazioni di ogni tipo. Ad alzare subito le barricate è stato il deputato Mauro Pili (Unidos), fra i primi a denunciare lo scippo: «Terna – scrive – ha decretato il funerale definitivo del sistema produttivo sardo senza che nessuno cercasse di fermarla. È andata avanti e fatto quello che ha voluto». Molto critico anche l’assessore regionale ai Lavori pubblici Paolo Maninchedda: «Lo Stato ha dimostrato, ancora una volta, di essere sleale con la Sardegna e attraverso una sua controfigura, Terna appunto, spegnerà l’ennesimo pezzo di industria sarda. La risposta dovrebbe essere non l’apertura dell’ennesimo negoziato, ma il Consiglio regionale che vota all’unanimità l’indipendenza della Sardegna». Dal canto suo il deputato Roberto Capelli (Cd) ha consegnato una lettera al ministro all’Industria in cui tra l’altro si legge: «Da oggi in poi sotto minaccia ci sono 800 posti di lavoro, che diventano il doppio con l’indotto, e tutto questo a causa di un costo dell’energia destinato di nuovo a crescere del 30 per cento, con conseguenze inquietanti per le aziende manifatturiere». Il consigliere regionale Marcello Orrù (Psd’Az) si è scagliato contro la giunta Pigliaru: «È indecente il silenzio e l’immobilismo dimostrato da chi governa la Sardegna: non ha avuto la forza di opporsi a Terna figuriamoci a Renzi». A tutte le accuse Terna ha replicato dopo aver ricordato che la decisione finale spetterà all’Autorità nazionale. «Con 800 milioni d’ investimenti – scrive – la rete è stata messa in condizione di maggiore sicurezza e quindi sono venute meno le criticità che in passato avevano portato al regime speciale», Per concludere: «La cessazione dello stesso regime non significherà la chiusura delle centrali che, al contrario, resteranno in funzione ma secondo le regole di mercato. Quello che verrà meno sarà il contributo, con un conseguente risparmio in bolletta per cittadini e imprese». Ma sono in pochi a crederci. (ua)
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