Diego Cugia, i fantasmi dell’antica casata in aiuto per affrontare il futuro
Il mondo di oggi e gli antenati sardi, l’autore di “Alcatraz” parla del suo ultimo romanzo: «Il protagonista mi assomiglia, come lui non sono allineato con la mediocrità»
“Nessuno può sfrattarci dalle stelle” è un romanzo, una favola e – forse soprattutto – una dichiarazione d’amore per la Sardegna, l’isola dove Diego Cugia è nato ed è stato bambino, e dove torna ogni tanto a concedersi una vacanza da Roma, dove risiede.
A due anni di distanza dal precedente “Tango alla fine del mondo”, è ancora Mondadori a pubblicare il nuovo libro dell’autore di programmi cult (venerati da alcuni, snobbati da altri) per la radio come “Alcatraz” e “ll mercante di fiori”, e per la Tv: da “I ragazzi della terza C” a “Rock Politik” con Celentano. Peccato che, almeno per ora, la casa editrice non abbia incluso la Sardegna, e la Sassari di Cugia, nel tour promozionale iniziato a settembre. Peccato perché, come sottolinea lo scrittore, «Questo è un libro così sardo…E tutte le sue storie sono vere», anche se trasfigurate dalla fantasia in una dimensione sovra-regionale. Una dimensione che, si legge nella prima pagina, accomuna «centoventi milioni di europei caduti in povertà», senza «nessun leader politico, bianco o di colore, disposto a sacrificare la vita per salvarli».
La storia inizia il 5 dicembre del 2013, la «notte in cui morì Nelson Mandela», un leader – lui sì – che per il suo paese sacrificò l’intera esistenza, e si conclude all’alba del giorno dopo. Il protagonista è Pietro Cruz, una volta popolare autore di show televisivi e adesso, dopo una sfilza di no e dopo aver sperperato al gioco i suoi guadagni, sul punto di essere sfrattato dalla casa in campagna dove si nasconde dal mondo. A proposito di autori Tv, è evidente la somiglianza tra Cugia e il suo personaggio, quando quest’ultimo racconta che: «nessuno mi fa più scrivere uno show. Non sono allineato col mondo. L’ultima volta un impresario mi ha detto che devo sforzarmi di essere mediocre». Diego Cugia dribbla: «Che Pietro Cruz mi somigli penso sia irrilevante». Sarà così, però la sua assenza quasi decennale da radio e Tv fa pensare. «Certo – ammette –per quanto riguarda l’Italia, entrambe mi sembrano diventate Dolly, la prima pecora clonata. Il mio mestiere è inventare, non ripetere le stesse cose».
Meglio il cinema, per ora: «Ho appena finito di scrivere la sceneggiatura di “La gabbia rossa”, la storia di una famiglia di ebrei che durante l’occupazione nazista di Roma si nascose in una casa di tolleranza». Tornando al romanzo, con il progredire della trama il libro diventa “sardo”. Pietro Cruz attende lo sfratto con l’unica compagnia di due cani lupo e una pecora “dominante”. Fuor di metafora: «Anche le pecore possono imparare a ringhiare. Per tutti, nella vita, c’è una notte di riscossa», spiega Cugia. Quella del protagonista inizia con la visita non annunciata di un misterioso bambino. Naturalmente fino alla fine non sapremo se il piccolo viene dal passato o dal futuro di Pietro Cruz. L’importante è che dopo di lui arrivano alla spicciolata tutti gli avi del protagonista, alcuni sardi altri spagnoli, dai genitori fino agli antenati cavernicoli. Tutti insieme dovranno unire le forze per fare ritrovare al loro discendente l’amore per la vita e la fiducia nelle proprie possibilità. In pratica, come nel metodo terapeutico delle Costellazioni Familiari messo a punto da Hellinger Bert, dovranno aiutarlo a spezzare un circolo vizioso che fa ripetere da una generazione all’altra sempre gli stessi errori. «Non trasmettiamo nel sangue ai nostri figli solo malattie come l’anemia mediterranea, ma anche comportamenti, tic, valori, vizi e ideali –spiega Diego Cugia– Da parte mia credo di avere ereditato dai miei avi come difetto l’ingenuità, come valore la lealtà».
È proprio nei capitoli dedicate agli antenati sardi che il libro dà il meglio di sé, descrivendo con ironia e affetto, e con efficaci inserti dialettali, gli stati generali della famiglia Cruz, in pagine che diventano esilaranti soprattutto quando mettono in scena le manie di alcuni avi, dal gusto per le scommesse a quello per le belle donne. La storia della famiglia Cruz è anche un modo per ripercorrere le tappe fondamentali degli ultimi secoli di storia sarda: dalla dominazione austriaca nel Settecento ai “Dimonios” della Brigata Sassari che combatterono sul Piave, dagli scioperi agrari del 1949 agli anni del banditismo e a quelli della cementificazione della Costa Smeralda.
Diego Cugia esprime il suo amore per la Sardegna soprattutto con il personaggio di Donna Luna del Logudoro, l’eroica ava di Pietro Cruz che riscattò personalmente, con un vascello carico di argento e formaggio, suo figlio, il governatore di Alghero rapito dai pirati. È lei a pronunciare le parole che danno il titolo al libro quando dice al pronipote a nome di tutte le generazioni, passate, presenti e future della famiglia: «Sei tutti noi. Nessuno può sfrattarci dalle stelle».
Per Cugia, Donna Luna è il gene ereditario della Sardegna: «In ogni bambina che nasce in Sardegna c’è il seme di Donna Luna. Può non manifestarsi in questa o in quella, può saltare una o più generazioni, ma poi rinasce, è inevitabile. È nel Dna delle donne sarde». Una dichiarazione d’amore per la sua terra, che risuona anche nei ricordi d’infanzia dello scrittore: «Mio padre è stato un maestro severo. Un giorno che mi scappò detto che ero felice perché l’antica villa di Sant’Orsola era “mia”, lui rispose che di “mio” non c’era un bel niente. “Questa villa è di questa terra, e la Sardegna è della Sardegna”. Ci rimasi malissimo perché lo avevo detto con amore e non con spirito di possesso. Ora che mio papà non c’è più, l’ho capito e la penso come lui. Noi siamo della Sardegna. È lei che ci possiede e non l’inverso»
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