La Nuova Sardegna

L’appello del parroco: basta odio, basta morte

di Valeria Gianoglio
L’appello del parroco: basta odio, basta morte

Parole dure di don Andrea Rossi al funerale di Giampietro Argiolas «Amiamo i nostri nemici, non educhiamo i bambini alla violenza»

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INVIATO A NORAGUGUME. «Dobbiamo amare i nostri nemici, non esiste altra strada per far uscire Noragugume dalla via dell’odio. Che cosa difficile, questa, da dire di fronte alla bara di Giampietro. Come si fa ad amare qualcuno che ha tolto una vita? Eppure è proprio questa la strada: quella della misericordia e del perdono. Che non è farsi mettere in piedi in testa, no ma è trovare la via del dialogo. Che questa morte ci spinga a credere che Noragugume possa cambiare. Perché se io educo mio figlio di 5 anni a non salutare i membri di una famiglia, io lo sto educando all’odio e alla violenza». Undici e trenta di ieri mattina, la chiesa di San Giacomo, nel centro del paese, è così affollata che persino alcune anziane sono costrette a rimanere in piedi, sul sagrato pieno di corone di fiori si accalca un folto gruppo di giovani, mentre una gazzella di carabinieri si sistema con discrezione vicino al municipio. Portale della chiesa spalancato, fedeli che ascoltano in silenzio, in prima fila i due figli, i genitori, la fidanzata Maria, le sorelle e gli amici più stretti di Giampietro Argiolas, l’allevatore di 42 anni ucciso giovedì scorso con un colpo di fucile alla testa.

«Basta violenza». Padre Andrea Rossi percorre i pochi metri che lo separano dal pulpito, prende il microfono tra le mani e comincia la sua predica più difficile. Non nasconde che parlare di amore e perdono vicino a una bara che contiene il corpo senza vita di un uomo di 42 anni straziato da una rosata di pallettoni, non è semplice. Ma padre Andrea Rossi non ha alcuna intenzione di sottrarsi al suo ruolo di guida di una comunità ferita, né, sarà una questione di carattere, ha peli sulla lingua. Così, dopo aver accolto il feretro, padre Andrea non trattiene un po’ di sconforto, ma lo controbilancia subito dopo con parole piuttosto decise. Una vera scossa per la sua comunità. «La morte – dice – è arrivata feroce, violenta, prematura. Ancora una volta Noragugume piange un suo fratello, la cui morte è stata voluta dalla violenza fratricida di un uomo. Ancora una volta ci troviamo qui non per fare festa o per gioire, ma per fare lutto. Siamo una comunità riunita qui per volontà di assassini. Per quanto tempo ancora Noragugume dovrà essere chiamato sui giornali “il paese dei morti”, per quanto tempo ancora dovrà vivere con il sospetto che tra noi ci sia qualcuno che non si fa scrupolo di uccidere per i propri interessi».

Caino e Abele. Non a caso, durante la messa funebre, padre Andrea ha scelto e ha letto alcuni passi della Genesi con la tragica vicenda di Caino e Abele, e un altro celebre passaggio biblico: quello del “porgi l’altra guancia”. «Caino, egoista, ha rifiutato il suo fratello. L’omicidio – dice ancora il parroco – è la cancellazione totale dell’altro che mi dà fastidio. Io dico a voi tutti “Dov’è vostro fratello?” Per Caino la vita dell’altro vale zero. Qui abbiamo un corpo fucilato: la vita vale zero. Poi facciamo le donazioni all’Unicef, ma oggi stiamo dimostrando che la vita vale zero». Mamma Giannina e papà Leonardo, i genitori di Giampietro Argiolas, provati dal dolore, ascoltano silenziosi, stretti tra le sorelle dell’allevatore ucciso, Maria Assunta, Luisella e Loredana, e la fidanzata Maria. «La visione di Caino – continua, dal pulpito, padre Andrea Rossi – è quella di vedere l’uomo non come una persona ma come un mezzo del quale servirsi per ottenere qualcosa. Questa è la sua visione del mondo. Voi avete due strade: la morte o la vita. A voi la scelta, al nostro paese. Dipende solo da noi se scegliere la vita o la morte. Noi siamo qui oggi perché qualcuno ha fatto la scelta di Caino. Abbiamo una responsabilità grande per noi e per il futuro di questo paese: vi esorto a scegliere la via della vita, e non quella di Caino. Ma dobbiamo convertirci alla logica di Gesù che ci chiede di amare i nostri nemici».

La famiglia distrutta. Poco dopo anche una parente dell’allevatore ucciso si accosta al microfono. «Hai reso Maria la ragazza più felice del mondo – dice – purtroppo questa favola è durata troppo poco. Faremo il possibile per tenerti in vita, cercheremo di prendere esempio dalla tua grande forza d’animo». Al termine del funerale, mentre l’intero paese e moltissimi amici dell’allevatore stanno per porgere le loro condoglianze, è lo stesso padre Andrea, a nome della famiglia, a chiedere di dispensarli dalle visite. «Sono stati giorni lunghi e difficili – spiega – andiamo in pace».

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