SFIDA FINALE TRA LO ZAR E IL SULTANO
di GIANCESARE FLESCA Gli ultimissimi attentati nel Sinai egiziano ma soprattutto nella pacifica Tunisia hanno trovato gli alleati della coalizione anti-Is invischiati in una spinosa controversia: l’a...
di GIANCESARE FLESCA
Gli ultimissimi attentati nel Sinai egiziano ma soprattutto nella pacifica Tunisia hanno trovato gli alleati della coalizione anti-Is invischiati in una spinosa controversia: l’abbattimento di un bombardiere russo da parte di due caccia turchi. Ankara ha subito gridato “Al lupo”, affermando che il velivolo centrato volava all’interno dello spazio aereo turco ed era stato invitato ad andarsene, prima che gli F16 schiacciassero il pulsante del missile fatale. Sul momento, si è temuta una crisi incendiaria. Tayyp Erdogan aveva chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Difesa della Nato, mentre Putin definiva quanto accaduto «una coltellata alla schiena» che «potrebbe avere tragiche conseguenze».
Insomma ieri sul finire della mattinata, non solo i rapporti fra Ankara e Mosca, ma anche quelli all’interno di tutta l’armata raccolta per far fuori il Califfo ondeggiavano violentemente, a un punto dallo schianto. Molti osservatori ritenevano che il sultano di Ankara avesse tirato i fili di una congiura per impedire inedite alleanze volte a salvare la pelle di Bashar al Assad divenuto per lui, dopo un primo periodo di collaborazione, un nemico da distruggere ad ogni costo. Anche a costo di armare prima i fondamentalisti di Al Qaeda e di Al Nusra nemici di Assad, poi addirittura l’Is.
Al vertice di Antalya Putin aveva parlato apertamente di Paesi partecipanti al G20 che avevano pesanti responsabilità per la metastasi del Califfato, riferendosi ad Arabia Saudita, Emirati del Golfo e, appunto, alla Turchia. Ieri, furibondo, aveva accusato senza troppi giri di parole Erdogan di patente contiguità con le truppe di Al Baghdadi. Il mantra secondo cui per Ankara il vero nemico in questa guerra sono i curdi e non lo Stato Islamico veniva sdoganato autorevolmente dal Cremlino.
Nelle cancellerie occidentali, riaprendo il dossier Turchia, venivano fuori fatti ed episodi abbastanza evidenti, anche se non conosciuti dalla gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Spuntava così che da sempre i turchi hanno comprato petrolio di contrabbando a prezzi scontati dagli imprenditori del Califfo. Sempre attraverso loro passava il traffico di reperti antichi, quello di droga proveniente dall’Afghanistan, senza parlare delle armi pesanti e leggere nonché di qualche altro gadget del genere.
È evidente che con i carri armati mandati da Putin in Siria, il flusso commerciale sia diminuito, come è chiaro che col suo appoggio, l’autocrate di Damasco potrebbe anche non fare i bagagli. Ciò significherebbe, al di là degli interessi commerciali, il fallimento di quanti pensano che da questa guerra debba uscire una Siria smembrata fra i Paesi vicini: la Turchia avrebbe prenotato per sé una regione costiera. Come quella da cui dovrebbe partire verso il Nord Europa il Turkish stream, l’oleodotto progettato nel dicembre del 2014 e poi rimasto lettera morta e dollari zero per l’impresa moscovita che avrebbe dovuto costruirlo.
Il peggioramento dei rapporti con Ankara ha spinto da un paio di mesi la Russia a bloccare la sua frontiera meridionale per i Tir turchi diretti in Asia centrale. Una perdita secca, si calcola, di 2 miliardi di dollari. Ma anche una perdita d’immagine di fronte a quello spazio euro-asiatico così importante nella strategia di Putin, su cui anche Erdogan ha fatto più di una avance in nome della comune discendenza turcomanna.
Insomma le scintille capaci di provocare una deflagrazione sono e restano molte. Ieri pomeriggio però dopo l’incontro con François Hollande, Obama si è limitato a dire che la Turchia ha il diritto di difendere il suo spazio aereo. E a Bruxelles gli ambasciatori presso la Nato hanno invitato Erdogan a sopportare le difficoltà con pazienza anche perché, se invocasse la clausola 5 del Trattato, tutti i paesi membri dovrebbero scendere in campo a suo fianco. Una compagnia che a molti non piace affatto, e che qualcuno, addirittura, considera semplicemente ripugnante.
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