La Nuova Sardegna

La multietnica San Donato non si cura dello scontro

di Luigi Soriga
La multietnica San Donato non si cura dello scontro

Storie di integrazione: i bambini giocano tutti insieme, gli adulti si aiutano La convivenza è pacifica, nessuno bada al credo religioso o al colore della pelle

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SASSARI. La scuola di San Donato e il quartiere appiccicato intorno sono un piccolo distillato di mondo. Ci si arriva da un budello stretto stretto chiamato vicolo degli Organari, e poi, dopo un sipario di case, improvvisamente si spalanca questo luogo altrove. Dentro c’è un bel frullato di etnie, culture e religioni. Molta Africa, un po’ d’Oriente, un pizzico di est europeo. E la scuola Primo circolo è un perfetto laboratorio di integrazione silenziosa. Ma è talmente appartato e mimetizzato nel centro storico, protetto da una spessa garza di casette sgualcite, che fa impressione vederlo sotto i riflettori della cronaca nazionale. Come un animaletto schivo, fuori dalla sua tana, con un mirino puntato in mezzo agli occhi. Ma per fortuna gli abitanti di questo mondo altrove hanno appena percepito i bagliori mediatici, e continuano a vivere nella assoluta indifferenza.

Le storie. C’è Osaremn, «nigeriana di Sassari», come si definisce lei, abbondante di forme e di sorriso, tutta affaccendata a sbarazzarsi della sua vecchia auto. Vede il vigile urbano, che qui è una piccola istituzione, e lo accoglie con un «Ciao bello». E poi: «Lui sì che è un vigile bravo. Vero che la mia macchina è buona? Quando te la compri che l’assicurazione per me costa troppo?» Ha parcheggiato davanti alla scuola, abita a trenta metri da qui, eppure delle beghe tra vescovo e dirigente d’istituto non sa nulla. Ma è curiosa e ascolta. Poi sentenzia: «Ma ai bambini che gli frega? Queste sono cose dei grandi. Loro pensano a divertirsi. A loro piace stare tutti insieme». E forse, inquadrando questo microcosmo urbano un po’ più dall’alto, si scopre che anche i più grandi hanno l’aria di andare d’accordo. Signor Antonio abita proprio qui di fronte. Si avvicina e chiede: «Ma con la revisione?». Anche il suo dirimpettaio partecipa al lancio sul mercato dell’usato. «Ora chiedo a un mio amico, che forse è interessato. Ritorno tra 5 minuti». E il vigile fa da mediatore culturale, come ogni giorno, in un paziente lavoro di rammendo tra culture: suggerito più dalla sua sensibilità che dalla divisa. «Sono romano, lì la situazione è un po’ più complicata. Questo grande polverone sulla scuola poco aiuta la convivenza. Credo che le intenzioni della dirigente fossero lodevoli, ma purtroppo l’effetto finale è tipo boomerang. Perché dire no a una visita pastorale? L’intolleranza si nutre della diffidenza altrui, e la diffidenza la combatti solo con la conoscenza reciproca. Io quando posso, cerco di favorire l’incontro».

Poca insofferenza. Anche perché tra i “nativi residenti”, tra lo zoccolo duro dei sassaresi cosìdetti “in ciavi”, una certa insofferenza trapela. «Non è giusto che i nostri bambini vengano privati delle loro usanze – dice Antonio – se io vado a casa loro non gli dico di non pregare per terra». Però tutto sommato a San Donato ci vive bene, e non si può lamentare della convivenza con gli extracomunitari: «Se devo dirla tutta i primi a fare baccano sono i sassaresi. Grandi e piccoli. Mica diamo il buon esempio e siamo dei santi noi». Invece la titolare della macelleria del corso è ben più radicale: «Se io fossi stata madre di un alunno avrei ritirato subito i miei figli da scuola. Non possono imporre la loro religione. Se noi facessimo una cosa simile, i musulmani ci taglierebbero la testa».

Integrazione. E fa sorridere che i primi ad invitare padre Paolo sarebbero stati proprio loro, i terribili musulmani. Un gruppetto di senegalesi ha appena finito di pregare per il gran Magal di Touba. Hanno gli abiti lunghi e colorati della festa e il Corano in mano. Il clamore mediatico è un’eco distante. «Cosa è successo?», chiedono. E poi liquidano la faccenda con una lapidaria soluzione: «Ma quale è il problema con vescovo? Chi vuole resta, chi non vuole va via». Anche Sarr e Mustafà, senegalesi, che abitano in un piccolo alloggio accanto alla scuola, sono d’accordo: «Noi siamo per la conoscenza, per l’intreccio», dice Sarr incastrando le dita di una mano nelle dita dell’altra. «Siamo abituati anche a casa nostra ad avere parenti e amici musulmani e cristiani. Ci piace vivere insieme». Stesso discorso per i cinesi. «Paese che vai, usanze che trovi – dice Massimo dell’ipermercato Ipercina, che dell'Italia ormai conosce anche i proverbi –. Io trovo giusto che il vescovo visiti le scuole. Quanto ai cinesi che venga o non venga il vescovo non gliene frega nulla Buddisti sono, buddisti restano».

Convivenza felice. Sara Oldani ha tre figli, tutti nati a San Donato e cresciuti nel laboratorio di integrazione del primo circolo. «Quello di sei anni – racconta – gioca in strada di più con gli amichetti rumeni che con i sassaresi. Questa scuola è bellissima e la dirigente, per tutto quello che fa non si merita di essere attaccata così. Qui il Natale si festeggia eccome, e tutti hanno cantato il Natale rap, anche gli extracomunitari. E i bambini musulmani hanno aiutato a colorare le palle per l'albero e la storia dei crocifissi banditi dalle aule è una bugia inventata da chissà chi. Quello che viene fuori in tv e nei giornali non è la realtà». A quel cantuccio nascosto che è San Donato si addice di più il silenzio. L'integrazione attecchisce meglio.

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