Accusato di furti e tentati sequestri
La vittima, sempre assolta, era finita nelle indagini della banda dell’Anglona
SASSARI. Per un lungo periodo della sua vita era stato di casa nelle aule del palazzo di giustizia e nelle celle della casa circondariale di San Sebastiano. Valentino Saba, ucciso l’altra notte in circostanze misteriose nelle campagne di Martis, aveva quello che i cronisti di giudiziaria definiscono un “passato turbolento”. La definizione lascia intendere tutto e niente e nel suo caso significa che aveva cominciato molto giovane ad avere incontri ravvicinati con le forze dell’ordine e con i magistrati. Il reato più grave che gli venne constestato fu certamente l’accusa di avere tentato di sequestrare due persone.
Era il novembre del 1999 e Saba finì in carcere insieme a un gruppo di persone accusate di avere trasformato il mondo delle campagne dell’Anglona in una sorta di megastore dove fare la spesa gratuitamente. La banda modulare non disdegnava nessuna delle tipologie di reati: dai furti alla ricettazione, dal narcotraffico alla detenzione di esplosivo. Secondo l’accusa, rappresentata per la Procura di Sassari dall’attuale procuratore capo di Nuoro Andrea Garau, la banda aveva progettato di rapire due persone. La banda dell’Anglona venne giudicata con il rito abbreviato e, dopo avere fatto cadere l’accusa più pesante di associazione per delinquere, il gup condannò sei dei nove imputati e ne scagionò tre. Valentino Saba era tra gli assolti. L’uomo uscì a testa alta dal processo dopo avere trascorso qualche mese dietro le sbarre, e proprio nel momento più buio della storia di San Sebastiano: il pestaggio dei detenuti da parte di decine di poliziotti penitenziari.
È a conseguenza di quella brutta storia che Valentino Saba ricevette dalla giustizia la più grande soddisfazione della sua vita. Vittima del pestaggio, l’uomo si costituì parte civile contro gli agenti che lo avevano riempito di botte ma soprattutto ottenne un risarcimento dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo per il trattamento disumano subito dietro le sbarre.
Quando arrivò in redazione la notizia della sentenza della corte di Strasburgo, Valentino Saba accettò di raccontare la sua storia a una cronista della Nuova Sardegna ma all’ultimo momento cambiò idea. «Scriva pure la mia storia – si raccomandò –, ma non mi attribuisca dichiarazioni». Non spiegò perché, forse per pudore, forse perché era stanco di finire nelle cronache giudiziarie.
Eppure, rileggendo oggi la sua storia dei giornali, ripercorrendo le cronache dei processi per i piccoli reati che gli erano stati contestati, salta agli occhi che la maggior parte delle volte Valentino Saba era stato assolto. Perché c’era sempre una verità alternativa e credibile per spiegare. Il pm chiedeva l’assoluzione e il giudice lo riabilitava. A giudicare dalle premesse, potrebbe andare così anche questa volta. Ma sarà una riabilitazione postuma.
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