La paziente fatica di Sisifo Il mito diventa tableaux
Al Massimo di Cagliari “Still Life” di Dimitris Papaioannou
CAGLIARI. Albert Camus, grande filosofo e scrittore affermò (in “L’homme révolté”) che c’è un ordine metafisico del mondo a cui è necessario ribellarsi. Senza un “no” l’uomo vive in una condizione di libertà formale. Solo la rivolta, anzi l’atto stesso (”Mi rivolto dunque esisto”) difende la condizione umana. La “rivolta” di Camus, prettamente “metafisica”, ha un suo prologo nel mito di Sisifo (altro saggio del 1942) che l’intellettuale francese fa coincidere con la presa di coscienza dell’assurdo.
Sisifo, come narra Omero nell’”Odissea” è condannato per l’eternità a spingere il masso sino alla cima di un monte dove questo rotolerà di nuovo a valle, in un supplizio senza fine. Per Camus Sisifo diventa simbolo di una vita vissuta nell’assurdo e in una sorta di cosciente insoddisfazione. Ma è proprio quella capacità di continuare a ripetere il gesto e sopportare la pena a fare di Sisifo un eroe (“bisogna immaginare Sisifo felice”). Continuare a vivere nonostante tutta l’assurdità e l’assenza di senso (“non vi è sole senza ombre, e bisogna conoscere la notte”).
Ecco, è in questo nocciolo di ispirazione filosofica e morale che il coreografo greco Dimitris Papaioannou ha tratto il pretesto per montare la sequenza di tableaux vivants senza danza di “Still life” presentato giovedì e venerdì al teatro Massimo al completo (ingresso solo a invito) per “Cagliari Capitale”.
Spettacolo da grandi occasioni e blindatissimo (negato anche il permesso di fare foto) preceduto da un’aura di bella mondanità per via del successo raccolto dal coreografo in occasione delle sue scene per i Giochi Olimpici di Atene.
Anche qui in verità si fa una fatica niente male in un’opera che pur essendo eminentemente grafica e pittorica vede gli attori (?) e/odanzatori (?) indaffarati a entrare o uscire da un muro bianco che inghiotte e restituisce così corpi di uomini e donne mentre si sgretola perdendo calcinacci su calcinacci nel palcoscenico.
Tutto avviene sotto un cielo plumbeo e un’atmosfera quasi lunare. Un cielo incombente sulle teste dei tanti piccoli Sisifo che entrano ed escono in una ripetizione interminabile. Estenuante fino alla noia. Interrotta solo per un attimo dall’apparire di un uomo che scende i gradini della platea gettando uno sguardo sulla scena che via via si ingombrerà di pietre. Susseguono altri quadri. Un uomo trascina il muro di pietra in senso circolare, un altro mostra un asse di plastica trasparente davanti a una donna, deformandone l’immagine. E poi ancora uomini che portano pietre, altri che stracciano nastri adesivi incollati sul palcoscenico producendo strappi e rumori come colpi di mitraglietta. Fino la scena finale con un tavolo imbandito portato a spalla e collocato sotto il palco e dove gli attori o danzatori (?) consumeranno un catartico banchetto. In questa ossessiva e meticolosa costruzione Papaiannou, ispirato dall’arte contemporanea si compiace nel costruire immagini pittoriche, una anche di impatto evocativo come quella in cui un uomo con la vanga solleva il telone del cielo con effetti glam. “Still life” altro non è in fondo che una natura morta. Una bella natura morta che produce uno smarrito senso di vuoto e noia, con il sospetto che l’autore abbia voluto mettere proprio lo spettatore davanti alla quotidiana assurdità del vivere.
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