Uguali, diversi, normali L’anima autentica dei Rom
Presentato a Sassari il saggio inchiesta dell’antropologa Martina Giuffrè Una ricerca sul campo che fa giustizia di tanti pregiudizi e luoghi comuni
SASSARI. Nomadi, immutabili nei secoli, professionisti del vizio e della delinquenza. Oppure: figli del vento, amanti appassionati, artisti geniali e maledetti. Stereotipi come questi, negativi o positivi, comunque discriminanti, sono sempre a portata di lingua e di penna quando si parla di Rom, cioè della più grande minoranza europea, formata da circa 11 milioni di persone. I luoghi comuni uniscono mass media e “gagé (parola romanì usata per indicare i non Rom) nella volontà di guardare questo popolo, complesso e ricco di mille sfumature, da lontano e a distanza di sicurezza. Tanto meglio se attraverso le barriere di un campo. Se finora è mancata un’auto-narrazione dei Rom, che provasse a smantellare i pregiudizi, adesso qualcosa sta lentamente cambiando.
Lo dimostra il libro “Uguali, diversi, normali”, edito da Castelvecchi nell’ambito del progetto “Conflitti, mass media e diritti: una campagna di consapevolezza sulla cultura e l’identità Rom”, finanziato dall’Unione Europea. Il progetto ha coinvolto, insieme all’Italia, anche la Spagna e la Romania grazie all’impegno di istituzioni come la Ong Ricerca e cooperazione, l’Università La Sapienza di Roma, l’Associazione stampa romana , tra cui la Fondazione Romanì Italia. Curatrice del volume è l’antropologa Martina Giuffré, attualmente docente nel Dipartimento di storia, scienze dell’uomo e della formazione all’università di Sassari. “Uguali, diversi, normali”, è stato presentato a Sassari l’11 dicembre durante una due giorni dedicata alla Cultura del popolo rom organizzata dall’Associazione sarda contro l’emarginazione (Asce) nel centro di aggregazione giovanile di piazza Santa Caterina serena raggi.
Come spiega Martina Giuffrè, (non solo coordinatrice ma anche autrice di tre saggi contenuti nel libro) il progetto nasce per «incentivare il protagonismo dei Rom attraverso una serie di attività nelle scuole, e attraverso corsi di giornalismo e di comunicazione. Alla base c’era la volontà di capire quali erano le rappresentazioni del mondo Rom nell’opinione pubblica e nei mass media, e vedere come gli stessi Rom si autorappresentavano e si raccontavano al mondo». L’esame dei paesi coinvolti nello studio ha rivelato pregiudizi diffusi e persistenti, anche se con modalità diverse. Si va dal “modello balcanico”, per quanto riguarda la Romania, caratterizzato dalla schiavitù dei Rom fino a metà dell’Ottocento, a quello della segregazione occidentale, in particolare in Italia, dove ancora i campi sono una realtà, nonostante la condanna da parte dell’Unione Europea.
Per quanto riguarda la Spagna, la situazione è ancora diversa: assimilazione forzata dei Rom, perdita della loro lingua e, in alcuni casi, sfruttamento della cultura gitana a fini turistici..
L’aspetto forse più interessante del libro è il fatto che le interviste sono state realizzate da un gruppo di giovani Rom che sono tati formati come ricercatori. Baskim Berisa, Marinela Constantin, Enzo Abruzzese, Marco Bevilacqua, Ion Dumitru, Fiore Manzo, Badema Ramovic, Denise Petcu, Draga Petrovic abitano in Italia da anni, alcuni di loro vivono nei campi altri in case o condomini. Tutti, pur nella diversità delle loro storie, possono rappresentare esempi concreti di protagonismo positivismo. Marinela abita a Bologna, è sposata con un ragazzo anche lui Rom, vive in una casa e ha due figli. Nei giorni scorsi è venuta a Sassari per presentare il libro insieme a Martina Giuffrè. «Con questo progetto – spiega – abbiamo avuto l’opportunità per la prima volta di parlare di noi come persone, con le nostre esperienze, desideri e aspirazioni, prima ancora che come popolo».
Marinela e gli altri ricercatori fanno parte della maggioranza dei Rom stanziali. Al contrario di quanto si pensi, infatti, in Italia i Rom che vivono nei campi sono una minoranza. «A volte, se non sei tu a dire di essere Rom, è difficile che gli altri se ne accorgano. È successo anche a me –racconta Marinela- Gli italiani mi dicevano “Ma tu non sei come loro!”, perché avevano un’immagine stereotipata dei Rom. Molti, poi, tendono a nascondere le proprie origini perché capita spesso di essere discriminati, soprattutto sul lavoro. E questo succede normalmente quando si dice di abitare in un campo».
Forse anche per questo motivo Marinela e gli altri ricercatori hanno scelto volutamente di non fare domande sulla vita nei campi. «Ci siamo accorti, infatti – dice– che quando toccavamo l’argomento alcuni avevano la tendenza ad impersonare il “personaggio” del Rom dei campi, invece di raccontarsi in prima persona». Si lasciavano, cioè, trasportare dalla vittimizzazione e dal pessimismo. Un dato che risulta chiaro in molte interviste è la dipendenza da una situazione di assistenzialismo, che anche se degradante in alcuni casi può risultare comoda. «Bisogna creare progetti di inclusione sociale e lavorativa – ribadisce Marinela – Chiudere i campi è solo il primo, indispensabile passo. Poi, però, bisogna, aiutare le persone a diventare autonome, investendo in politiche abitative e lavorative, invece di spendere milioni per tenere aperti i campi».
Marinela e gli altri operatori possono diventare figure di riferimento importanti soprattutto per le nuove generazioni di Rom, perché attraverso il loro esempio possono spingere anche gli altri a prendere coscienza di sé e migliorare la propria condizione. È un movimento che deve partire prima di tutto dal basso, perché come spiega Martina Giuffré «finora la politica italiana non è stata di grande aiuto, sia la destra con il suo razzismo xenofobo sia la sinistra con la sua politica di “buonismo” infarcito di folklore»
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