I fantasmi delle fabbriche Le parole dei dimenticati
“Non ho l’età. Perdere il lavoro a 50 anni”, il reportage di Loris Campetti Le testimonianze degli operai espulsi dalla produzione e lontani dalla pensione
Dal libro di Loris Campetti “Non ho l'età. Perdere il lavoro a 50 anni” (Manni Editori, 15 euro, 129 pagine) pubblichiamo la testimonianza di Efisio operaio di Ottana Polimeri finito in cassa integrazione a 59 anni. Campetti, storica firma del quotidiano il manifesto, ha scritto un reportage viaggiando per l’Italia e raccogliendo nove storie emblematiche di una generazione di lavoratori dimenticati.
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Non bastano 41 anni di contributi per andare in pensione? No, non bastano, parola di Fornero. Dovrò aspettare fino a luglio del 2017. Aspetterò, con un reddito falcidiato dalla cassa integrazione. Guadagnavo 34.000 euro l'anno prima che mi mettessero fuori dallo stabilimento e adesso non andrò molto oltre i 10.000. Ma non è solo o soprattutto questo l'aspetto che mi offende, quanto la decisione stessa di mettermi alla porta dopo 41 anni di onorato servizio. E in che modo, poi: una mail nella mia posta elettronica e una lettera rivolta collettivamente ai lavoratori colpiti, esposta nella bacheca dello stabilimento.
Io ho risposto con una lettera in posta certificata facendo presente alla proprietà della Polimeri Ottana la normativa vigente in relazione alla sicurezza e i rischi che correvano mettendomi in cassa, io che sono Rspp, e cioè responsabile del servizio di prevenzione e protezione nominato direttamente dal datore di lavoro nel rispetto di una legge operativa dal 1994. L'Rspp collabora con l'imprenditore, il medico competente e il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rsl), in primo luogo per stilare il documento di valutazione dei rischi. E i rischi, in una produzione come la nostra, non mancano: lavoriamo utilizzando sostanze chimiche pericolose, in alcuni casi cancerogene, olii combustibili e addirittura isotopi radioattivi. Il fatto che la fabbrica sia di fatto chiusa e la produzione ferma non significa che anche i rischi siano cessati. Al contrario, siamo sotto la disciplina Seveso per la magnitudo degli incidenti possibili e le normative relative all'antincendio. Questi impianti chimici sono sottoposti a controllo per evitare che si verifichino incidenti con emissioni di sostanze pericolose, perché le lavorazioni pericolose non devono generare rischi per i lavoratori e per le popolazioni che vivono nelle vicinanze degli impianti.
Aggiungo che per legge l'imprenditore, in caso di chiusura, deve garantire la bonifica del sito industriale, compreso lo smaltimento, nel nostro caso, di qualcosa come 60 sorgenti radioattive di cobalto 60, un'operazione piuttosto complicata. Ebbene, mettendomi in cassa integrazione non c'è più la figura preposta al rispetto delle normative e dunque alla sicurezza dell'impianto. Restano, nello stabilimento che è arrivato a dare lavoro a 2.700 dipendenti, due ingegneri e una decina di manutentori, ma non c'è più una figura obbligatoria come la mia e dunque le cose di mia competenza non sono più seguite, oppure sono seguite da chi non ha la professionalità e la delega prevista dalla legge. Peggio ancora: hanno la faccia tosta di cercarmi a casa per risolvere i problemi sia sostanziali che formali che sorgono. Prima mi facevano addirittura tornare in fabbrica, poi hanno cominciato a chiedermi di operare da casa. Naturalmente gratis. Mi chiedo se si rendono conto di quel che fanno.
Ma andiamo per ordine. Sono entrato alla Polimeri Ottana il 14 luglio 1974 come operaio nel laboratorio di analisi chimica. Avevo solo 18 anni e stavo studiando da perito chimico, mi mancavano due anni al diploma. Con l'aiuto di mio padre ho continuato a studiare pur facendo i turni, anche di notte, ma ho retto perché ero molto motivato. Analizzavamo le materie prime, le emissioni, la fase intermedia del monomero, poi del polimero e infine del prodotto finito. A Ottana c'era un grande polo per la produzione di fibre tessili creato grazie alla legge Medici per lo sviluppo nelle aree depresse, che aveva portato il lavoro nel cuore della Barbagia, così come in Basilicata a Pisticci, a Priolo in Sicilia o a Acerra in Campania. Lo Stato aveva dato mandato all'Eni per la costruzione degli impianti. Si è sempre parlato di cattedrali nel deserto, ma io, nonostante quel che mi stanno facendo, non sputo nel piatto dove ho mangiato per 41 anni: non dimentico come eravamo, come vivevamo qui nel centro della Sardegna, non dimentico l'evoluzione che c'è stata e il miracolo dei figli dei pastori che andavano a vivere nei palazzi di città.
Si parlava di cattedrali nel deserto perché effettivamente c'era una contraddizione tra l'impegno industriale e la sottovalutazione degli interventi necessari nel sociale ma anche nel territorio per renderlo appetibile per gli imprenditori, bisognava sostenere la crescita di una cultura industriale, occuparsi della logistica e delle infrastrutture. Questo intervento è mancato. Però un progetto industriale lo Stato ce l'aveva, mentre oggi non lo vedo proprio. E lo Stato era presente, sicuramente più di oggi in una terra come la nostra dove lo Stato si dovrebbe far sentire. Questo polo industriale ha visto crescere l'economia, la cultura, le famiglie e i giovani vedevano un futuro. Oggi, nel punto più alto della crisi, guardo la mia famiglia: ho due figli, quello di 30 anni lavora in in un locale qui a San Teodoro e mia figlia di 21 ha accettato di lavorare in un call center dell'Oristanese per 4,5 euro l'ora.
© 2015 Piero Manni s.r.l.
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