La Nuova Sardegna

La crudeltà della provincia raccontata da Alice Munro

di Silvia Lutzoni
La crudeltà della provincia raccontata da Alice Munro

La campagna canadese diventa metafora della condizione umana La vita quotidiana analizzata dalla scrittrice senza moralismi e consolazione

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“Amica della mia giovinezza” (310 pagine, 20 euro) è la settima raccolta di racconti di Alice Munro. Pubblicata per la prima volta nel 1990, viene ora proposta da Einaudi nella consueta traduzione di Susanna Basso, sempre rassicurante per l'ottima resa lessicale e per lo stile che, anche nell'aderenza all'originale, non sacrifica né eleganza né ritmo.

Una raccolta, questa, che sebbene non presenti alcuna novità sostanziale rispetto alle precedenti – e, aggiungiamo, alle successive – lascia tuttavia nel lettore una speciale sensazione di sorpresa persistente. Siamo sempre nella stupida e feroce provincia canadese, raccontata nella sua quotidianità, e scrutinata secondo i modi di un sublime quanto totale disinteresse nei confronti di un esito moralistico o consolatorio.

Sfondo e protagonista, al contempo, di questi racconti è la campagna canadese, sentita, qui forse più che altrove, come metafora della condizione umana. Si legga per esempio questo breve brano contenuto nel racconto intitolato «Five Points»: «È pieno di verghe d'oro e di asclepiadi, con i baccelli già esplosi, da cui pendono grappoli di sgargianti frutti velenosi, e poi c'è l vite selvatica che ricopre ogni cosa, strisciando fin sulla strada Cedri, abeti, e dove la terra è più umida i ciuffi di larice e un mucchio di aceri rossi dalle foglie a chiazze gialle e marroni,niente acqua stagnante, niente pozze scure, neppure tra il fitto della vegetazione». Ecco: ci troviamo di fronte a una natura rigogliosa, lussureggiante, sempre pervasa da una luce calda, che non sembrerebbe nascondere nessuna insidia.

Se non fosse che il lettore, man mano che la narrazione procede, ha sempre più la certezza che a farla prosperare sia in verità una qualche falda acquifera inquinata, irrimediabilmente contaminata da scarti di vita umana, da rifiuti biologici di ogni provenienza. Una condizione che si ritrova indubitabilmente riflessa nei protagonisti di questo racconto, tutti impegnati a non deludere le aspettative di una comunità attenta al decoro e dimentica del rispetto: memorabile resta in questo frangente la figura di Maria, la tredicenne – brutta e grassa – figlia di immigrati croati la quale, mentre gestisce in totale autonomia il loro negozio, ne utilizza i guadagni per pagare le prestazioni sessuali di molti dei suoi coetanei e talvolta dei loro padri. E quella di Brenda, destinata a constatare la propria miseria e ipocrisia, nello specchio degli occhi del suo amante, Neal, quando questi sarà costretto ad ammettere di aver approfittato della debolezza di Maria.

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