“Officium Divinum”, il canto gregoriano incontra il jazz
Cantare Lontano ensemble e il sassofonista Gavino Murgia hanno chiuso Rocce Rosse nella chiesa di Sant’Anna
CAGLIARI. “Officium”, album del sassofonista norvegese Jan Garbarek e del coro polifonico inglese Hilliard Ensemble, inciso nel 1994 dalla etichetta Ecm, al suo apparire colse di sorpresa, per l’ardito mix tra musica sacra e improvvisazione jazz. Attirandosi in alcuni casi persino critiche da parte di quei puristi che vedevano nell’operazione uno stravolgimento delle finalità di quelle composizioni. Il disco invece incontrò un gradimento altissimo, fino a raggiungere vendite da popstar. A testimoniare il successo sono due album successivi firmati dagli stessi artisti, sempre per la Ecm negli anni a seguire: “Mnemosyne” e “Officium Novum”. Anche se nessuno di questi conobbe lo straordinario impatto suscitato dal primo. Ed è soprattutto pensando proprio a quell’album che è nato “Officium Divinum”, opera conclusiva del festival Rocce Rosse, andata in scena venerdì sera in una chiesa di Sant’Anna di Stampace, colma di pubblico in ascolto estatico, dal sassofonista Gavino Murgia e dal coro Cantar Lontano ensemble diretto da Marco Mencoboni.
“Officium divinum” per la precisione nasce come omaggio voluto e dedicato a quel monumento corale che è stato l’Hilliard Ensemble, maestri di canto gregoriano e di composizioni che - come nel caso dell’album – abbracciano un periodo che va grosso modo dal 1200 e sino al 1500.
Ed è in grande parte proprio quella scaletta che il formidabile coro diretto con classe da Mencoboni, Cantar Lontano ensemble segue nella intensa esibizione dell’altra sera. Anche qui è un dialogo continuo e fattivo di spunti e improvvisazioni per un jazzista con la melodia nel sangue, come è Gavino Murgia che si stacca dal suo sax tenore, solamente quando diventa una voce aggiunta, sfoderando il suo basso vocale profondo, in grado di arricchire di atmosfere ancestrali e ricche di tensione canti scolpiti come la pietra in modo perfetto. Raggiungendo il climax quando il suo fraseggio vocale trova via di uscita nella bocca del sax, regalando suoni da berimbau.
Ma la straordinarietà della prova di questo “Officium” e che si distingue da quella di Hilliard e Garbarek sta nella intuizione e tipicità del Cantar Lontano appunto. Cioè quello per cui i quattro cantori (Alessandro Carmignani, controtenore, Paolo Borgonovo, tenore, Riccardo Pisani, tenore e Gugliemo Buonsanti, basso) abbandonata la collocazione originaria sul sagrato esplorano individualmente angoli diversi della chiesa fino a sfruttarne risonanze ed echi dimenticati ma presenti da sempre in chiese barocche come quella stampacina. Ed è proprio questo spostamento continuo di voci e di suoni a creare l’incanto e la poesia di un’opera che unisce il canto gregoriano e il jazz.. Si apre con “Requiem aeternam” e si prosegue con “Parce mihi Domine”, Salmo 129 De Profundis”, “O Salutaris Hostia”, “Pulcherrima rosa”, “Regnantem Sempiterna”, “Beata viscera”, “Mille Regrets”, “Ave maria Stella”. “Mort, tu as navrè de ton dart” e “Parce mihi domine”.
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