“Vedova allegra”, ma non troppo
Non conquista l’operetta di Lehar al Comunale di Cagliari, dalla regia di Mario Corradi ai cantanti
CAGLIARI. Con «La vedova allegra» di Franz Lehár si chiude al Lirico la Spocci Époque. Che di “Belle”, a onor di cronaca, ha avuto poco. Ma frivoli calembour a parte, davvero bisogna sperare che il 2016 si riveli subito un anno di rinascita per la Fondazione, nelle mani adesso dei suoi nuovi timonieri. Entrambi in platea, venerdì sera, alla “prima” di quest’ultimo titolo per la Stagione operistica: il neo sovrintendente Claudio Orazi e il riconvocato, stavolta come direttore artistico, Mauro Meli. E mentre si preannuncia l’avvio a gennaio del calendario concertistico, facciamo i conti fino al prossimo 30 dicembre con questa «Vedova allegra». Inedita produzione, rimasta vedova finanche della propria promotrice.
«Die lustige Witwe» (in tedesco) è sicuramente – assieme all’«Orfeo all’inferno» di Offenbach e al «Pipistrello» di Strauss – una delle Operette per antonomasia. E forse di tutte anche quella più a rischio, a seconda dei casi, di cadere nel kitsch. Non è qui tuttavia che inciampa la regia di Mario Corradi. Le sobrie scene di Italo Grassi dove appaiono, ingigantiti, i dipinti di Giovanni Boldini; i deliziosi costumi ideati da Anna Bertolotti e dallo stesso Grassi; le coreografie di Aurelio Gatti. Tutto ciò nell’insieme potrebbe anche funzionare. Se supportato però da tutto il resto. Ed è questo che manca.
A partire dai tempi dell’azione teatrale. Corradi sostiene d’ispirarsi alla prima delle «Lezioni americane» di Calvino: la leggerezza. Per questo, forse, “alleggerisce” di tutti i dialoghi il libretto affidando la narrazione a Njegus, personaggio cardine della storia impersonato “en travesti” dall’attrice Veronica Franzosi, viene fatto entrare e uscire di continuo dalla diegesi, in maniera un po’ goffa e naïf. L’effetto sortito non sembra quindi lo sperato alleggerimento. Mancano, insomma, altre due lezioni calviniane: la rapidità e l’esattezza. Tale narrazione “in campo” spezza il ritmo più dei dialoghi, peraltro con una condotta recitativa senza infamia e senza lode. E dopotutto le stesse performance canore non entusiasmano granché. Emerge, in modo discontinuo, giusto la protagonista Micaela Marku, capace di gradevoli “legati” e mezzevoci. O anche il Rossillon di Leonardo Cortellazzi, bel timbro seppure con passaggi un po’ sfibrati.
Più problematico, spiace dirlo, il Danilowitch di Giuseppe Altomare: voce spesso bitumata, con suoni rochi, ingolati, strascicati, intonazione talora un po’ precaria. La direzione di Sebastiano Rolli lascia poi abbastanza indifferenti e va talvolta a coprire il canto. Insomma, come spumante dal poco “perlage”, è una vedova allegra ma non troppo.
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