Botte alle figlie in jeans condannato un tunisino
Punizioni e veti perché le tre giovani di Pula vestivano troppo all’occidentale All’uomo, colpevole di maltrattamenti, inflitta una pena di venti mesi
CAGLIARI. Alla fine è arrivata una dura condanna per il tunisino di 55 anni che picchiava le figlie a suo dire troppo inclini a seguire usi e mode occidentali, tradendo le rigorose regole di vita musulmane: il giudice Francesco Alterio l’ha assolto da uno solo dei fatti di maltrattamento di cui era accusato e gli ha inflitto un anno e otto mesi di reclusione con la sospensione condizionale, comunque una pena inferiore rispetto ai due anni e otto mesi richiesti dal pm Claudia Mazza a conclusione della requisitoria. Il difensore, l’avvocato Carlo Amat, aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato e ha annunciato che ricorrerà in appello contro la sentenza.
Schiaffi, punizioni, pesanti rimproveri alle tre figlie perché indossavano jeans aderenti, vestivano troppo all’occidentale e non si comportavano da buone musulmane osservanti, un obbligo da rispettare anche se la famiglia viveva ormai da molti anni a Pula e le giovani donne si erano perfettamente integrate nella comunità, frequentando coetanei sardi. Erano state le tre ragazze ventenni a raccontare al giudice come venivano trattate - i fatti risalgono agli anni 2009-2011 - e quanto il genitore rendesse loro la vita difficile, tra divieti e sanzioni inflitte - stando all’accusa - con severità crescente. Soltanto la madre ha cercato di aiutare il marito parlando di normali rimproveri familiari, banali alterchi privi di conseguenze: una testimonianza anche appassionata, che però non sembra aver convinto il tribunale.
L’imputato si è sempre difeso negando che il rapporto burrascoso con le figlie, spesso costrette a rinchiudersi in casa per giorni e giorni, fosse legato a visioni religiose diverse e alle regole ferree dell’Islam. Sentito dal giudice, il padre tunisino ha ammesso di aver dato qualche schiaffo alle tre giovani figlie - all’epoca dei fatti avevano venti, ventidue e ventiquattr’anni - ma solo perché si assentavano di continuo da scuola, falsificavano la firma per le giustificazioni, non studiavano abbastanza e non rispettavano gli orari delle uscite, rimediando profitti scadenti e pagelle conseguenti. Una tesi confermata in aula dalla moglie e sostenuta con forza dall’avvocato Amat, per il quale le risultanze del procedimento non possono bastare a integrare un’accusa di maltrattamenti in famiglia.
Nelle conclusioni dell’accusa e in quelle del tribunale ha però prevalso la versione delle ragazze, che hanno raccontato fra l’altro di aver subìto una severa punizione solo per aver partecipato a un innocente veglione di Capodanno. Non solo: il padre - hanno riferito - non accettava che le figlie facessero a meno di portare il velo e anche che avessero rapporti sentimentali con coetanei sardi. Comportamenti e veti che sono costati all’imputato la condanna. (m.l)
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