La Nuova Sardegna

Mussolini e il ventennio, un insuccesso consumato nelle beghe della periferia

di LUCIANO MARROCU
Mussolini e il ventennio, un insuccesso consumato nelle beghe della periferia

Cacciata da Roma, la politica si è presa in provincia la sua rivincita decisiva I problemi locali e l’instabilità hanno avuto la meglio sulla retorica ufficiale

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di LUCIANO MARROCU

Erano gli anni Settanta -la seconda metà, per essere più precisi- e gli studiosi italiani di storia contemporanea si dividevano tra chi pensava che Renzo De Felice, autore di una monumentale biografia di Benito Mussolini, avesse ragione parlando di un diffuso consenso popolare al fascismo e altri, in consistente maggioranza allora, convinti che la sua tesi fosse non solo sbagliata ma implicasse una sorta di assoluzione nei confronti del regime. Che Renzo De Felice stesse andando verso posizioni diverse dall’antifascismo da cui aveva mosso i primi passi, l’avrebbero dimostrato i suoi lavori successivi, ma su aspetti specifici di quella polemica non aveva torto, se non altro nel mettere in luce i diversi meccanismi attraverso cui i regimi totalitari influenzano l’opinione popolare.

Da allora la discussione sul tema dell’atteggiamento popolare nei confronti del regime fascista è continuata pressoché ininterrotta, anche se nessuno storico, oggi, la farebbe ruotare intorno al “consenso”. Una categoria interpretativa che se da una parte risulta legata a una discussione tutta ideologica sulla natura del fascismo dall’altra è inadatta a cogliere la vasta “zona grigia”, com’è stata definita, tra un consenso non solo di facciata e opposizione attiva.

Impegnato da anni nell’esplorazione di questa “zona grigia”, Paul Corner ha avuto il merito di rimodulare problemi e interrogativi. Lo ha fatto parlando di opinione popolare e non di opinione pubblica, in quanto non si dà l‘esistenza di una vera e propria opinione pubblica senza democrazia: laddove vengono cancellati gli spazi pubblici di discussione diventa infatti problematico riconoscere e classificare un’opinione autonoma. Paul Corner (che insegna nell’università di Siena ed è Senior Member del St. Antony College di Oxford) è con Adrian Lyttleton e Paul Ginsborg tra i più influenti esponenti di una tradizione di studi inglese sull’Italia contemporanea che risale agli scritti sul Risorgimento di G.M.Trevelian. Dalla sua prima importante ricerca dedicata alle origini del fascismo a Ferrara sino alla cura, qualche anno fa, di una raccolta di saggi dal titolo Il consenso totalitario, Corner ha concentrato il suo interesse su quello che lui stesso ha definito “fascismo reale”, soffermandosi con particolare attenzione sul funzionamento del regime lontano da Roma, nella provincia profonda.

Paul Corner ritorna ora sul tema del consenso in un nuovo volume dal titolo Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura (Carocci editore, 2015, euro 28). Ai consueti interrogativi sulle opinioni, gli umori, i giudizi della gente comune nei confronti del regime, lo storico inglese aggiunge la domanda se il fascismo sia riuscito nel suo intento di “fare gli italiani”. Per meglio dire rifarli ex novo, rifacendoli fascisti. La risposta di Corner a questi interrogavi è molto chiara e infatti arriva a parlare di “insuccesso finale” del regime, legato alle sue origini e al fatto che fin dall’inizio esso fu “pesantemente condizionato dagli stessi problemi che cercava di risolvere.” Il primo fascismo era stato mosso da una spinta a suo modo moralizzatrice nei confronti di quelli che venivano individuati come i vizi di fondo dell’italia liberale: campalinismo, corruzione, clientelismo, “beghismo”, l’eterna propensione dell’Italia provinciale alla baruffa, cioè, in un intreccio malsano tra dimensione privata e dimensione pubblica, con una evidente prevalenza della prima sulla seconda. Nell’analisi di Paul Corner, quegli stessi vizi che i fascisti avrebbero voluto estirpare si riprodussero sotto il regime rendendo inutili e per molti aspetti frustranti gli sforzi da Roma di modellare la società italiana, dando ad essa una forma “totalitaria” .

Interessante il risultato a cui arriva la ricerca di Corner, ma ancora più interessante il percorso con cui ci arriva, che si snoda, con una impostazione fortemente innovativa, lungo gli intricati sviluppi della politica locale. Come le origini del fascismo erano state caratterizzate da una prevalenza della dimensione locale su quella nazionale, così i suoi fallimenti furono legati alla spinta centrifuga che venne, in maniera abbastanza uniforme, dalle provincie. Gli input provenienti da Roma -tutti improntati alla centralizzazione, a una nazionalizzazione forzata, a far marciare il paese con un passo uniforme e nella stessa direzione- finirono regolarmente in secondo piano, nonostante la retorica ufficiale, rispetto ai problemi locali. I problemi nascevano il più delle volte dall’instabilità degli assetti del potere periferico, dal fatto cioè che la politica (almeno ufficialmente) cacciata da Roma avesse poi in provincia la sua rivincita.La politica intesa come espressione fisiologica e sotto molti aspetti ineliminabile della contrapposizione degli interessi. La politica che allo scontro frontale fa seguire la mediazione e il compromesso: tutto questo nel continuo farsi e disfarsi delle alleanze. Che il Partito nazionale fascista, a cui Mussolini aveva affidato il compito di dare orientamento e coesione alla società italiana, riproducesse in pieno i vizi localistici tradizionali fu poi, a giudizio di Paul Corner, una delle cause decisive del fallimento del regime.

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