La Nuova Sardegna

Pasolini, morte all’Idroscalo Il ricordo di una cronista

di Alessandro Marongiu
Pasolini, morte all’Idroscalo Il ricordo di una cronista

Una giovane giornalista è la prima ad arrivare davanti al cadavere dello scrittore Nel libro di Lucia Visca un modo ancora eroico e oggi perduto di raccontare i fatti

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Sono le 10,15, e da tre ore ormai sul luogo continua ad arrivare gente. Polizia, carabinieri, curiosi, giornalisti, fotografi, personalità del mondo letterario e cinematografico. Si avvicinano e poi stanno lì, attorno al corpo. «La faccia affondata nella melma. Senza camicia, il cadavere indossa una maglietta sporca di sangue. Segnata dal passaggio di pneumatici. Un massacro. Quando lo girano, lo scempio è inguardabile. Ferite evidenti alla testa e al torace. La mano sinistra fratturata, le dita quasi tagliate. Il volto è una maschera di lividi e sangue, irriconoscibile. Un orecchio non c’è più».

E alle 10,15, sul luogo del massacro, fa la sua comparsa l’impensabile, l’imponderabile: alcuni dei presenti, di quelli che appartengono alla categoria dei curiosi, sfruttando le tre assi malferme che delimitano una porta, organizzano una “partitella” e iniziano a giocare a calcio. Nessuno obietta. Anzi: qualche uomo delle forze dell’ordine, quando la palla finisce dalle sue parti, tira un calcio e la rimanda indietro. La sfida in mezzo alla polvere del campetto, e soprattutto alle tracce di sangue che potrebbero costituire delle prove fondamentali per capire cosa sia successo nel corso della notte precedente, va avanti. Le prove invece, com’è facile immaginare, vanno perse per sempre. Ma il punto, forse, non è questo. Il punto è la scena, allucinante, in cui convivono morte – i resti straziati di quello che fino a poco prima era un essere umano – e vita – sudore, corsa, voci – come se niente fosse. Difficile dire se dietro a quella gara sconsiderata ci sia un inconscio moto di reazione allo spegnersi così violento di un’esistenza, o se si tratti della manifestazione di un’umanità dai sensi ottusi, insensibile e indifferente a tutto. «La “partitella” mi appare come un condimento alla tragedia, quel tanto di sapore da “ragazzi di vita” che sarebbe senz’altro piaciuto al poeta».

Lucia Visca ha ragione quando afferma ciò nel suo bel “Pier Paolo Pasolini – Una morte violenta” (Castelvecchi, 128 pagine, 14,50 euro): Pasolini avrebbe potuto fare arte di quella contrapposizione così atroce e raccontarla in un romanzo o in uno dei suoi film. Ma è a terra, morto, e non potrà raccontare più niente a nessuno. Il libro della Visca è di estremo interesse non solo perché, appena ventenne, fu la prima giornalista ad arrivare all’Idroscalo di Ostia la mattina del 2 novembre 1975, ma anche perché, alla cronaca dei fatti, si unisce nelle sue pagine quella sul mestiere del giornalista, che negli anni Settanta conservava ancora una dimensione quasi eroica, smarrita poi nei decenni successivi.

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