L’Inferru riscoperto di Salvator Ruju
Nel cinquantenario della morte del poeta torna alla luce la traduzione in sassarese dei canti di Dante
SASSARI. Nel corso dell’anno appena iniziato cadrà (il 21 giugno, per la precisione), il cinquantesimo anniversario della morte di Salvator Ruju, letterato, giornalista, poeta. Mezzo secolo è un tempo più che sufficiente per dimenticare, e in effetti sono già dimenticati, anche a Sassari, molti di quei “grandi ingegni” che, ha scritto Aldo Cesaraccio, «illustrarono la loro città e l’amarono tanto quanto l’avevano illustrata». Ma per Ruju non è accaduto. Per due motivi. Il primo e più importante è che con i suoi versi egli ha saputo cogliere l’animo della sua gente, della sua città: sia descrivendo lo spirito contadino che le avevano sorrette per secoli, sia accogliendo in parte, e in parte condannando i nuovi tempi che si venivano affacciando. Il secondo motivo nasce dalla frequenza con cui, ad opera soprattutto dei nipoti Caterina e Sandro, la sua attività e le sue opere vengono riproposte all’attenzione del pubblico: si va così dalla pubblicazione delle “Novelle”, nel 1996, alla nuova edizione delle poesie in sassarese, nel 2001; da quella, quattro anni fa, del poemetto giovanile “Il canto di Ichnusa”, accompagnato da una raccolta delle lettere che scambiava con artisti e scrittori, alla recente donazione delle sue carte alla Biblioteca Universitaria della città. Alla donazione si lega poi la scoperta che nei mesi scorsi ha ravvivato ancora una volta l’interesse: la traduzione in sassarese, manoscritta e inedita, del primo canto dell’”Inferno” dantesco. L’annuncio è stato dato con un piccolo convegno che si è tenuto il 20 novembre, molto partecipato da parte sia del pubblico che delle persone chiamate a riferire e commentare. Alcuni dei materiali sono stati poi raccolti in un opuscolo della “Piccola collana di memorie” dell’editrice Soter di Villanova Monteleone, con l’intento di allargare ulteriormente l’attenzione e magari raggiungere gli alunni delle scuole cittadine. Si intitola “L’inferru dantesco in sassarese e logudorese” (5 euro) perché l’inedito di Ruju, oltre che con l’originale di Dante, è messo a confronto con l’analoga opera del poeta e scrittore Pietro Casu, che già nel 1929 aveva pubblicato la versione – in logudorese appunto – di tutto il poema. Nella sua relazione Mario Marras ha riferito che Ruju si era messo all’opera, negli anni Cinquanta, su invito di Filippo Fichera, direttore a Milano della rivista “Convivio letterario”: dapprima gli aveva chiesto di tradurre poesie di Leopardi, Pezzani e Quasimodo; poi era passato a Dante, ma stranamente non aveva poi compreso il suo lavoro nella raccolta “Il primo canto dell’Inferno nei dialetti d’Italia e nelle lingue neolatine”. Marras, anche lui poeta e cultore del sassarese, si è quindi soffermato sui dettagli della lingua che emergono nel manoscritto: ad esempio l’uso del passato remoto che, osserva anche Cosimo Filigheddu, oggi è ormai completamente dimenticato. A me è toccato il compito di inserire l’iniziativa di Ruju nella serie delle traduzioni che gli scrittori isolani hanno eseguito in passato ed eseguono oggi per dare veste sarda alle maggiori opere della letteratura universale.
Mossi dall’intento, sostengo, di dimostrare che la lingua sarda ha pari dignità delle altre, e può essere piegata a qualsiasi uso, qualsiasi significato. Come dice Filigheddu: tutte le sue varianti «sanno comunicare ogni espressione umana: non solo la satira ma anche l’amore e la morte, il trascendente, la critica delle condizioni della nostra terra, la storia, i rapporti i classe, tutto insomma». nniversario della morte di Salvator Ruju, letterato, giornalista, poeta. Mezzo secolo è un tempo più che sufficiente per dimenticare, e in effetti sono già dimenticati, anche a Sassari, molti di quei «grandi ingegni» che, ha scritto Aldo Cesaraccio, «illustrarono la loro città e l’amarono tanto quanto l’avevano illustrata».
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