La Nuova Sardegna

I primi 40 anni di “Repubblica” Il sogno continua

di VITTORIO ZUCCONI
I primi 40 anni di “Repubblica” Il sogno continua

Il 14 gennaio 1976 la nascita del quotidiano Dall’idea di Scalfari alla grande sfida del web

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di VITTORIO ZUCCONI

Era un mattino del 1975 quando m’imbattei per caso nel futuro, nella persona di un giornalista già importante, il cui nome avevo visto per anni sul mio settimanale preferito, “L’Espresso” ma che conoscevo soltanto vagamente di persona. Il suo nome era Eugenio Scalfari e sul rapido Milano-Roma, che tanto rapido allora non era, questo signore, che vagamente mi intimidiva come era giusto che fosse per un sagrestano del giornalismo di fronte a un cardinale come lui, mi raccontò di un’avventura editoriale nella quale si stava lanciando.

Per cinque ore, saltando e ballonzolando da un argomento all’altro, come il rapido che allora non godeva del privilegio di rotaie dedicate come oggi il Frecciarossa e si agitava come un aereo impigliato in un temporale sulle traversine, Scalfari mi parlò, con quel suo approccio pressante e appassionato da grande seduttore di uomini, e non solo. Mi spiegò le intenzioni, il progetto, i problemi, i sogni di quel nuovo quotidiano che si proponeva, con la meravigliosa incoscienza dei visionari, di crearsi uno spazio nelle edicole fra i giganti del tempo. Partendo da zero.

Del progetto, forse per gli sballottamenti del rapido, forse per il sonno - era un treno del mattino e al mattino funziono male, come una volta i motori diesel nel freddo - forse per la mia insipienza in materia delle ardite architetture aziendali costruite da lui, dal grande Carlo Caracciolo, da Luca Formenton della Mondadori ancora pre berlusconiana, capii, e ricordo, pochissimo. Ma una frase rammento e ancora porto stampata in me dopo quarant’anni. «Tu devi venire con noi - mi disse Eugenio - perché sei uno di noi».

Che cosa volesse dire essere «uno di noi» lo avremmo capito quarant’anni dopo, ora che il ricordo di quel tempo atroce, strappato nella lacerazione quotidiana dei proiettili, degli attentati, delle grandi svolte della politica nazionale, della Guerra Gelida, del salvataggio dello Stato dalle grinfie di un altro terrorismo e dalla ingordigia dei razziatori pubblici e privati, si è sedimentato e osiamo addirittura ricordare un anniversario che allora poteva sembrare più che temerario. Era l’idea che esistesse un “noi”, che in Italia, tra i resti di Giustizia e Libertà, le rovine del Sessantotto, i mattoncini d’argilla della laicità fra i marmi del clericalismo e i segni lasciati dall’Illuminismo e dall’Età della Ragione resistente, ci fossero anche giornalisti e giornaliste disposti a buttarsi in un’avventura. Non per soldi (sempre scarsi) non per vanità, che un nuovo giornale non può solleticare, ma per raccontare dall’Italia e dal Resto del Mondo, la nostra voglia di quella che poi si sarebbe chiamato “l’Occidente”.

Non sarà chi come me ha trascorso la gran parte della propria vita professionale a “Repubblica” a emettere una sentenza e a dire se l’Uomo del Rapido Milano-Roma e il suo successore Ezio Mauro siano riusciti a realizzare quella promessa, perché anche la formidabile presunzione di un giornalista ha i propri limiti e i giudizi vanno lasciati agli altri. Ma credo si possa dire, o non saremmo qui a scriverlo, che ci abbiamo provato e ci stiamo provando, anche ora che per la carta stampata la prima battaglia quotidiana è quella per sopravvivere. Nella ansimante, a tratti angosciosa fatica giornaliera di mandare in edicola, e oggi anche in Rete, il prodotto, nel costante cadere e rialzarsi fra errori, liti (nelle redazioni più elegantemente definiti “scazzi”) ambizioni e palpitazioni, per più di quattordicimila volte in 40 anni il giornale che non c’era, c’è stato.

La sola retorica accettabile, in occasioni di anniversari, ricorrenze e celebrazioni, è quella del lavoro, la soddisfazione - se la parola è applicabile in una professione di insoddisfatti cronici - di un giornalismo praticato in un’azienda che ha avuto e ha proprietari, ma non padroni, sempre orgogliosa di sbagliare da sola. “Repubblica” è ovviamente cambiata, nella forma e nella forza, e basta rivedere quel primo, gracile numero di 40 anni or sono per vederlo. Ha un nuovo direttore, Mario Calabresi, figlio anche lui della stessa famiglia, e dunque, come avrebbe detto Scalfari, «uno di noi».

Internet, che oggi ha tanta parte nel presente e nel futuro di questa impresa, quarant’anni or sono, non esisteva. Internet esisteva soltanto nei progetti oscuri e a volte segreti di governi e di ricercatori e se anche ne avessimo conosciuto il nome, lo avremmo probabilmente scambiato per qualche torva agenzia statale della Germania Est, dove tutto era sempre “Inter” questo o quello. Molti viaggiatori di quel treno rapido sono scesi per sempre, alcuni l’hanno abbandonato per altri convogli, altri sono saliti a bordo per ascoltare e riprendere la voce delle battaglie fatte, a colpi di lavoro e di giornalismo, per un’Italia più civile. Sarebbe inutilmente triste e leggermente lugubre fare nomi, con la sola eccezione che mi perdonerete, quella dell’adorabile baffone, Beppe D’Avanzo. Ma Scalfari aveva ragione: “noi” c’eravamo e ci siamo ancora.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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