«L’occhio del cinema per leggere il mondo»
Il regista al festival della Maddalena nell’estate del 2012
di FABIO CANESSA
Inizio luglio del 2012. L’associazione Quasar rende pubblico il programma della nona edizione del festival “La valigia dell’attore” che si svolgerà a fine mese alla Maddalena. Tra i diversi ospiti spicca il nome di Ettore Scola. Toccherà a me seguire per la Nuova Sardegna la manifestazione dedicata a Gian Maria Volonté. Nei giorni precedenti intanto mi preparo rivedendo alcuni suoi film. Soprattutto quelli realizzati negli anni Settanta lasciano il segno a ogni visione. La giornata particolare con Ettore Scola arriva il 28 luglio. La settimana del festival della Maddalena si avvia alla conclusione e quel sabato il grande protagonista è giustamente lui. Di mattina, prima di un incontro con il pubblico durante il quale ripercorre la sua carriera insieme a Felice Laudadio, c'è la possibilità di intervistarlo.
In maglietta. La normale soggezione al momento della presentazione passa subito appena iniziamo a parlare. Sotto la giacca il regista porta un maglietta con la scritta “salviamo Cinecittà” e partiamo proprio da quello. Dalla solidarietà ai lavoratori che in quel momento stanno difendendo quel luogo simbolo del cinema in Italia. Cinema che il regista non faceva più ormai da una decina d'anni e che aveva deciso di non fare più. Dietro la scelta una presa di posizione contro Silvio Berlusconi, ma anche la voglia di fare altro dopo una vita dedicata alla settima arte. «Ho ritrovato in questo periodo la dimensione del tempo – raccontava a proposito – Quando fai un film non hai tempo per nulla. Io che sono un divoratore di giornali, anche di quotidiani, li dovevo leggere dopo le due di notte. Il cinema purtroppo ha questo, di assolutizzare il tempo, di invadere ogni angolo della propria esistenza. Invece l'uomo è fatto per tante cose, lo vedo adesso. Ho ritrovato il piacere della lettura, dello studio. Con un unico rammarico: sapere che il tempo a disposizione è scarso».
Triste presente. Parlava di decisione irreversibile, ma a sorpresa ritornerà sui suoi passi non molto tempo dopo regalando al pubblico un’ultima opera nel 2013: il documentario “Che strano chiamarsi Federico”, dedicato a Fellini nel ventennale della scomparsa e presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. È in quell’edizione che gli viene consegnato anche il premio Glory to the Filmmaker, uno dei diversi riconoscimenti attributi nel corso degli anni al regista e sceneggiatore, tra i principali rappresentanti del grande cinema italiano che fu. A quello di oggi Scola guardava con un po’ di tristezza. «Mi amareggio qualche volta nel vedere spesso sprecato un grande strumento di crescita culturale com’è il cinema – rispondeva alla domanda sulla situazione attuale – Perché i momenti sono duri, c’è ovviamente la crisi. Ma questa diventa a un certo punto anche un alibi per non fare o fare solo cose brutte. La prima censura grave è l'autocensura. Seguire progetti più appetibili dal sistema. Progetti che assomigliano a cose già fatte, o che appartengono ad altre culture, magari simili al cinema americano. E anche in quel caso fatte male, perché i mezzi non ci sono. Insomma non si fa quello che il cinema può dare».
L’identità di un popolo. E poteva dare tanto, per Scola. Un mezzo importante per cogliere i cambiamenti. «E non solo, a volte pure precederli – diceva Scola – Il cinema italiano quando è stato grande, dal neorealismo in poi, faceva questo. Non solo raccontava la società, dava identità a un popolo, aiutava la crescita democratica del paese. Si pensi a Zavattini, De Sica, Rossellini. Quello che hanno fatto nella coscienza pubblica. Il cinema può in qualche modo cambiare la gente, almeno i pensieri. Cinema vuol dire movimento, ma non sullo schermo. Quello che conta è dentro gli occhi, dentro l'anima di chi guarda». Un'idea di impegno civile, politico e sociale che lo avvicinava a Gian Maria Volonté, del quale è ovviamente impossibile non parlare al festival della Maddalena dedicato al grande attore e organizzato dalla figlia Giovanna Gravina. Amici con Volonté, però mai insieme sul set. «Non c’è mai stata occasione di lavorare con lui – ricordava il regista – Ma ci siamo incontrati spesso altrove, per battaglie politiche, nelle associazioni, io degli autori, lui degli attori. Ci frequentavamo e stimavamo». Un peccato. Un grande sceneggiatore (ha iniziato la sua carriera nel cinema scrivendo tra gli altri per Risi, Pietrangeli, Zampa, Monicelli) e maestro nella direzione degli attori avrebbe sicuramente potuto dare a Volonté un altro ruolo importante da aggiungere alla meravigliosa galleria di personaggi a cui ha dato anima e volto.
Grandi interpreti. «Gli attori sono autori dei nostri film anche se questa cosa non piace molto ai colleghi registi», amava ripetere Scola, che dichiarava di non aver mai avuto problemi con nessuno degli interpreti dei suoi film. Nemmeno con personalità forti e ingombranti come Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Massimo Troisi. Attraverso i loro volti, i loro personaggi in film come “C'eravamo tanto amati”, “Brutti, sporchi e cattivi”, “Una giornata particolare” – solo per citare i tre suoi film più noti – il cinema di Ettore Scola vivrà per sempre.
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