IL TROPPO, IL POCO E IL FATTO
di ANDREA SARUBBI Tra una manifestazione di piazza e l’altra, la discussione in Parlamento sulle unioni civili sembra poter contare su alcune certezze. La prima è che - almeno dal Senato, perché la...
di ANDREA SARUBBI
Tra una manifestazione di piazza e l’altra, la discussione in Parlamento sulle unioni civili sembra poter contare su alcune certezze.
La prima è che - almeno dal Senato, perché la storia degli ultimi tentativi impone prudenza - un testo dovrebbe venir fuori: il che costituisce di per sé un fatto positivo, al di là del merito, viste le difficoltà delle scorse legislature di affrontare il problema. La seconda è che, comunque vada, Renzi non ha intenzione di rischiare nulla dal punto di vista del consenso: per questo rivendicherà eventualmente l’approvazione di una norma che prima non c’era, ma non metterà la faccia su questo o quell’emendamento. La terza - ciò che i partiti non diranno mai - è che alla fine il voto in ordine sparso non dispiace a nessuno, perché quando miri al 40 per cento degli elettori è chiaro che su temi non universalmente condivisi, come le adozioni alle coppie omosessuali, la tua platea non avrà mai un pensiero unico.
L’unico tentativo concreto di una legge sull’argomento, i Dico a doppia firma Bindi-Pollastrini ai tempi del governo Prodi, non arrivò in fondo per un motivo strutturale: non tanto il no della Chiesa - che esisteva anche ai tempi delle leggi sul divorzio e sull’aborto, negli anni Settanta - quanto gli scricchiolii di una maggioranza che poteva essere buttata giù da un minimo soffio di vento. Le opposizioni dell’epoca individuarono nel Family day un’opportunità per indebolirla ulteriormente e si lanciarono sul carro con forza, anche al di là del merito della proposta.
Oggi non è più così, perché il governo sembra avere numeri a sufficienza per governare fino a fine legislatura, e quindi la discussione sulle unioni civili potrebbe tornare nei suoi binari più naturali, ossia quelli di un confronto tra visioni diverse della società e della famiglia, non necessariamente legate ai canoni classici della destra e della sinistra. Tanto da far dire al premier britannico Cameron, di mestiere leader del Centrodestra, di essere «favorevole ai matrimoni gay proprio perché conservatore». Ma l’Italia, patria dei guelfi e dei ghibellini, su temi del genere si trova più a suo agio nelle manifestazioni di piazza, dove c’è un principio da affermare, che nei passaggi parlamentari, dove c’è da trovare un’intesa.
La difficoltà di una linea comune, si diceva, è innanzitutto nei partiti maggiori, e in particolare in quelli chiamati a responsabilità di governo. Se infatti Cinquestelle e Forza Italia possono permettersi di giocare di sponda, rigirando il coltello nelle contraddizioni della maggioranza, il Pd ha il dovere di cercare soluzioni votabili dalla metà più uno dei parlamentari, a cominciare dai propri. Quando ci si provò nella scorsa legislatura, con l’istituzione di una commissione Diritti presieduta da Rosy Bindi e composta da persone di sensibilità diverse, si andò avanti per un anno con un confronto apparentemente proficuo, salvo poi finire fuori strada all’ultima curva: il testo sottoposto all’assemblea nazionale del partito venne considerato troppo tiepido da alcuni, che iniziarono a raccoglie. re firme per un ordine del giorno sui matrimoni egualitari. Si finì senza voti, ma con tessere stracciate sotto il palco mentre Bersani tentava inutilmente di ricomporre lo strappo interno.
Da allora qualcosa è cambiato, e soprattutto è cambiato l’orizzonte parlamentare: mai come questa volta, infatti, sembra possibile l’intesa su una legge, e sarebbe davvero singolare per il Pd uscirne con un pugno di mosche in mano.
Con grande rispetto per le piazze di ieri e per quella di sabato prossimo, insomma, è assai probabile che nessuna delle due manifestazioni (Sveglia Italia e Family day) uscirà dalla vicenda trionfante: né chi vorrebbe equiparare ogni forma di unione, né chi vorrebbe affossare il testo perché non cambi nulla.
Poi, in campagna elettorale per le amministrative, ognuno ricomincerà a fare la propria parte, a seconda delle convenienze: quelli che è troppo, quelli che è troppo poco, quelli che finalmente qualcosa si è fatto.
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