La Nuova Sardegna

“Zingara da bonificare”, l’amara vita di Rosa confinata in Sardegna

di Andrea Massidda
“Zingara da bonificare”, l’amara vita di Rosa confinata in Sardegna

A Palazzo Madama la rievocazione di una storia incredibile Prelevata in Istria, girò per i paesi dell’isola con i suoi figli

3 MINUTI DI LETTURA





di Andrea Massidda

La polizia di Castelverde di Pisino, provincia di Pola (cioè nell'Istria che ormai era italiana) va a prenderla all'improvviso in un gelido giorno di gennaio del 1938, prima ancora che nell'impero fossero approvate le leggi razziali. Rosina Raidich, all'epoca ragazza madre di due figli piccolissimi, ci mette qualche ora per capire che si tratta di un rastrellamento. E forse qualche mese per rendersi conto che addirittura - giusto per usare il termine . fascistissimo - è coinvolta in una «bonifica umana» finalizzata a neutralizzare, come scrisse il quotidiano La Stampa, «questi zingari inconvertibili, questi marginali della vita, queste sporche vele spiegate al vento di tutte le più limacciose tempeste». L'editoriale è fin troppo chiaro. E si conclude così: «Sono braccati, bloccati, sempre». Tanto è vero che Rosa, 27 anni, di etnia rom, precedenti per furto, oltraggio a pubblico ufficiale, bestemmie ubriachezza e libertinaggio, i si ritrova in Sardegna. Al confino.

Chiaramonti, Busachi, Ovodda, Seulo. Nomade, suo malgrado, in un'isola di cui manco conosce l'esistenza. Poverissima in una terra dove regna la miseria. E dove, come è scontato che sia, quasi nessuno l'accoglie a braccia aperte. Costretta a prostituirsi, o magari a farsi mantenere, pur di sfamare i suoi bambini, che nel soggiorno coatto diventano quattro. Senza che nessuno ne rivendichi la paternità. Stamattina, per celebrare il “Giorno della Memoria”, la ricercatrice cagliaritana Licia Porcedda, dell'Ecoledeshautesétudes en sciencessociales a Parigi, racconterà nei dettagli questa incredibile storia a Palazzo Madama nel corso di un convegno organizzato dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e dallaCild (Coalizione italiana libertà e diritti civili) in collaborazione con l'associazione “21 Luglio”. Tra le vittime delle persecuzioni nazifasciste, che si ricordano il 27 gennaio, data della liberazione del campo di Auschwitz, si stima vi siano tra i 500mila e 1,5 milioni di rom e sinti.

Il confino, la deportazione e l'internamento di rom e sinti caratterizzarono profondamente anche il nostro Paese e riguardarono, in un primo momento, gli “zingari” stranieri che vivevano nei pressi delle frontiere italiane, in particolare in Istria. Tra di loro c'erano numerose donne. Donne perseguitate, come Rosa.

«Nel gennaio 1938 – svela Licia Porcedda, che per ricostruire queste vicende ha lavorato tredici anni andando a cercare i documenti d'archivio in tutta Italia – una circolare ministeriale dispone l'internamento dei soggetti “socialmente pericolosi”. Iniziano così i rastrellamenti di rom e sinti nel territorio nazionale. Ma la cosa incredibile – svela – è che l'8settembre del '43, con l'armistizio,quando confinati e internati possono finalmente ritornare a casa, nessuno pensa a liberare i rom. Così Rosa è riassegnata al confino per altri cinque anni, in quanto “zingara pregiudicata pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica”».

La studiosa racconta inoltre che durante la sua relegazioneRosa è effettivamente condannata per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale e per accattonaggio. «Sicuramente si prostituisce, anche se non risultano condanne per libertinaggio. E dal confino – continua – moltiplica le lettere alla questura e alla prefettura per chiedere aiuto o semplicemente per sollecitare il pagamento del sussidio che a volte non le arriva per mesi».Costretta in una terra che non conosce, isolata con quattro bambini da vestire e sfamare, indebitata con i commercianti locali, Rosa protesta. «Da qui – dice la Porcedda – le denunce per oltraggio: il sistema in cui è costretta la obbliga a chiedere l'elemosina e a prostituirsi come sola possibilità di sfamare i suoi figli. La storia di Rosa Raidich – conclude la ricercatrice – è la storia delle donne rom e dei rom in Italia durante la seconda guerra mondiale. Capire l'ingiustizia di cui è stata vittima significa capire l'ingiustizia inflitta a tutto un popolo».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Estate 2026

«Nelle spiagge sarde vietati gli ombrelloni alle persone tra i 10 e i 65 anni»: l’ordinanza del sindaco finisce sul The Guardian

di Ilenia Mura
Sardegna

In attesa del concerto di Vasco all'Olbia Arena: le notti prima del doppio live, centinaia i fan sotto le tende - LE INTERVISTE

Le nostre iniziative