“Tradimenti”, l’inganno sottile delle relazioni
Ambra Angiolini, Francesco Scianna e Francesco Biscione al Massimo di Cagliari con l’opera di Pinter
CAGLIARI. Osservare le relazioni affettive, tra ricerca della propria identità e condizionamenti socio-culturali, considerando l’inganno della memoria, con una diversa verità per ciascuno, funzionale anche questa a giustificare significati che mutano e sostenere condizionamenti. In “Tradimenti”, in scena con successo al teatro Massimo (sino a domani) nell’allestimento diretto da Michele Placido e interpretato da Ambra Angiolini, Francesco Scianna e Francesco Biscione, si ammira ancora una volta il meccanismo dimostrativo con cui Harold Pinter permette di osservare il funzionamento delle relazioni tra Emma, Jerry e Robert, moglie, amante e marito dal ‘68 al ’77, dallo scoccare della passione extraconiugale all’addio degli amanti e alla fine del matrimonio, ma mostrato in episodi cronologicamente invertiti. Attraverso questo spiazzamento narrativo a ritroso, si fa acuto lo sguardo sulle modalità del percorso individuale e relazionale della triade. La regia di Placido e l’efficace e sensibile interpretazione dei protagonisti, grazie ad un attento bilanciamento della complessità dei temi e delle atmosfere, sono funzionali a rendere con giusta evidenza sia la leggerezza che l’abisso dietro alle chiacchiere di tutti i giorni, magistralmente distillate da Pinter in poche scene. Nove episodi di conversazione a due o a tre sintetizzano i dieci anni trascorsi, facendo filtrare il non detto, le possibilità mancate, come evidenza da cogliere sotto una superficie translucida, della stessa qualità degli specchi – finestre, schermi – che spezzano e sfumano il manicheismo bianco e nero della scenografia, con indicazioni cronologiche o allusioni visive ai climi emotivi. E i tradimenti, o meglio gli inganni, non sono solo quelli amorosi o della memoria, ma anche quelli di un’epoca di spinte libertarie, e, più universalmente, verso le proprie aspirazioni. A riconferma, insomma, che le motivazioni espresse sull’autore dall’Accademia di Svezia nell’assegnazione del Nobel nel 2005 – «rivela il baratro che si nasconde dietro le chiacchiere di tutti i giorni e si fa strada nelle stanze più segrete dell’oppressione»– sono ancor oggi evidenti in questo lavoro del 1978.
Dietro le conversazioni socialmente corrette e affabili, c’è infatti l’inganno sui sentimenti, sottomessi a modelli culturali e ad un controllo razionale – elegante understatement – che diventa elusione, rimozione di qualsiasi reazione di fronte al dolore, negazione di altre possibilità, appena sfiorate. In questo funzionamento, tra incomunicabilità e incapacità ad riconoscere sé e l’altro, non è difficile identificarsi e anche, come spettatori, sorriderne, con una consapevolezza che forse non è saggezza ma accettazione della propria infedeltà a sé stessi.
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