La Nuova Sardegna

Cannibali, liquori e misteri nella Cina cripto-capitalista

di Giuseppe Mussi
Cannibali, liquori e misteri nella Cina cripto-capitalista

“Il paese dell’alcol”, un noir tra allucinazione e realtà del premio Nobel Mo Yan L’immagine grottesca di un paese avido di eccessi e in crisi d’identità

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Mo Yan, una delle voci più prestigiose della letteratura cinese contemporanea, fu insignito nel 2012 del premio Nobel per la straordinaria capacità di fondere «racconti popolari, storia e contemporaneità» in un originale «realismo allucinato».

Al lettore italiano mancava però la prova più emblematica della sua vocazione narrativa: il romanzo “Il paese dell’alcol” (Einaudi, pp. 363, 21 euro), pubblicato in Cina nel 1993 e infine, in una versione riveduta, nel 2000; oggi finalmente disponibile in traduzione. Ed è difficile trovare una definizione più efficace di quella dell’Accademia svedese per descrivere la cifra di un romanzo così singolare: una feroce satira – il pensiero va immediatamente al Swift di “Una modesta proposta” – che lascia contemporaneamente spazio alla proiezione biografica dello stesso Mo Yan, combinando, su diversi piani temporali, realtà e finzione, strette in connubio di continua allucinazione e delirio. La narrazione è orientata principalmente sul racconto di un’indagine delicatissima, affidata all’ispettore Ding Gou’er: scoprire la verità sul presunto traffico e consumo di carne di neonato nella remota (e immaginaria) città di Jiuguo (il “paese dell’alcol” che dà il titolo al romanzo). Una sorta di noir appannato, deformato dagli stessi eccessi gastronomici e alcolici che il protagonista è costretto a subire, mentre l’avvicendarsi di figure tra il grottesco e il demoniaco, ora ripugnanti, ora seduttive, spinge ulteriormente il lettore verso lo straniamento. Lungo il dipanarsi delle disavventure dell’ispettore, segue, capitolo per capitolo, lo scambio epistolare tra un giovane dottorando, «specializzando in miscelazione di liquori all’Università della distillazione di Jiuguo», e l’autore del romanzo, cui viene fatto dono, in ciascuna missiva, di un diverso racconto breve che rimanda curiosamente a personaggi e fatti presenti nella narrazione principale.

È facile leggere tra le righe la volontà dell’autore di “Sorgo rosso” di restituire l’immagine di un paese investito da uno sviluppo improvviso e disordinato; di una Cina divorata dalla corruzione, avida di eccessi, ma contemporaneamente ancora prigioniera delle tetre gerarchie del potere.

Un paese in crisi di identità, se alla straripante ebbrezza alcolica del racconto si sostituisce quella tumultuosa di un cripto- capitalismo appena scoperto.

Un romanzo sicuramente coraggioso, che arriva a declinare la terribile metafora del cannibalismo – profondamente radicata nella cultura cinese – per mostrarci i più bui anfratti della società contemporanea.

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