La Nuova Sardegna

Così funzionava la trappola per adescare la minorenne

di Nadia Cossu
Così funzionava la trappola per adescare la minorenne

L’imprenditore sassarese registrava la sua vittima, una ragazzina di 12 anni Ricatti con la web cam e un account russo per cercare di sfuggire ai controlli

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SASSARI. Una genialità diabolica. Competenze informatiche sfruttate per sfuggire ai più sofisticati sistemi di controllo del web.

L’imprenditore sassarese di 40 anni finito a processo con le accuse di violenza sessuale aggravata, pornografia minorile e virtuale, sostituzione di persona, corruzione di minorenne e diffamazione, aveva escogitato un metodo di aggancio e ricatto della vittima da vero “professionista”.

L’inganno. Fingendosi una bambina di dieci anni era riuscito a ottenere su facebook l’amicizia di una dodicenne del Milanese. Dopo aver conquistato la sua fiducia l’aveva costretta a guardare dei video pornografici – che ritraevano due bambine mezzo svestite e due uomini nudi – e poi a spogliarsi e compiere atti di autoerotismo che prevedevano anche l’introduzione di oggetti nelle parti intime. Tutto sotto minaccia: «Se non lo fai veniamo a prenderti in Italia, sappiamo dove abiti perché l’indirizzo è tra le informazioni del tuo profilo facebook». E lei, terrorizzata, aveva obbedito cadendo in una trappola infernale.

Violenza sessuale sul web. È uno dei primi casi giudiziari in cui viene contestata una violenza sessuale “virtuale”. Che, nello specifico, si è configurata proprio ottenendo – attraverso la minaccia – che la ragazzina si spogliasse e si masturbasse con gli oggetti. Le indagini della Dda sono partite dopo la denuncia presentata ai carabinieri dalla sorella maggiore della vittima. La ragazzina, infatti, aveva scoperto che il 40enne aveva trasmesso il video che la ritraeva nuda ai suoi contatti facebook e in pochi giorni molti studenti della scuola che lei frequentava lo avevano a disposizione nel loro smartphone. L’inizio del calvario.

I programmi internet diabolici. Per mettere a punto questo piano perverso l’imputato sassarese aveva installato nel pc due programmi molto sofisticati. Uno gli permetteva di comunicare attraverso la webcam con le sembianze di un’altra persona (da qui la contestazione del reato di sostituzione di persona). I due uomini ripresi nel video che la vittima era stata costretta a guardare erano infatti due estranei. Il 40enne non era uno dei due. Aveva “rubato” la loro “fisicità” (e anche quella delle bambine) facendole credere di essere uno dei due protagonisti della scena di sesso.

Un altro programma installato dall’imprenditore consentiva di registrare ciò che la ragazzina faceva davanti alla webcam. Ecco perché l’uomo era in possesso del video che poi ha fatto girare nella scuola della vittima.

L’hard disk “ripulito”. Ed è stato ulteriormente abile perché, una volta resosi conto dell’esistenza di un’indagine a suo carico, ha cancellato l’hard disk. Ma non gli è andata proprio benissimo. I consulenti tecnici ingaggiati dalla Procura hanno infatti in dotazione dei software che consentono di rivedere ciò che è stato in precedenza cancellato. E in questo modo hanno potuto ricostruire l’incredibile vicenda.

L’account russo. Sempre con l’obiettivo di sfuggire ai controlli aveva creato un account russo. Il motivo? In Russia le restrizioni nella divulgazione dei cosiddetti file di log (quelli che consentono di risalire all’identità) sono molto più rigide. La polizia giudiziaria era stata infatti costretta a rivolgersi alla sede californiana di Facebook che, solo nel caso di inchieste per violenza e pedopornografia, fornisce i file di log.

La difesa. L’avvocato Antonio Secci è stato nominato come difensore dall’imputato. Alcuni giorni fa a Milano c’è stata la prima udienza del processo. L’accusa dovrà portare in aula la prova specifica, ossia dimostrare che l’imprenditore – che rischia fino a 10 anni di reclusione – sia il vero responsabile dei reati contestati solo per il fatto di essere titolare dell’utenza telefonica “incriminata”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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