La canna non sballa: pena annullata
Oristano, pronunciamento della Cassazione: si deve dimostrare l’efficacia drogante della sostanza
ORISTANO. Non è sufficiente essere responsabili della coltivazione di piante di cannabis per incorrere in una condanna penale: deve essere dimostrata «l’efficacia drogante» della sostanza. E deve essere una capacità immediata e non ipotetica, in vista di uno sviluppo futuro della pianta. Lo stabilisce un pronunciamento della Corte di Cassazione che ha annullato una sentenza della Corte d’Appello di Cagliari che confermava la sentenza di primo grado del tribunale di Oristano. Il tribunale, con giudizio abbreviato, il 17 febbraio del 2009 aveva condannato un uomo, Fabio Marongiu, a una pena di sei mesi di reclusione. L’accusa: aver coltivato nove piante di cannabis indica. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Franco Aroni, è però andato avanti e ha presentato prima ricorso in appello e quindi in Cassazione.
La suprema corte ha di fatto riconosciuto le ragioni dell’appellante e ha annullato la sentenza perché «i giudici di merito si sono limitato a una verifica sulla corrispondenza delle piantine alla specie botanica vietata, ritenendo irrilevante che avessero un principio Thc (il principio attivo della cannabis, ndr) bassissimo e che non fossero giunte a maturazione».
I giudici, poi, non avevano dato rilievo al parere del consulente della difesa che aveva sottolineato come le piantine «in quello stato di crescita, non avevano alcuna proprietà stupefacente». Secondo le analisi effettuate dal Ris dei carabinieri «era risultato che il campione presentava un minimo contenuto di Thc, pari allo 0,1 per cento».
Secondo i giudici di Cassazione «la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Cagliari, perché proceda a una valutazione in concreto circa la effettiva capacità offensiva della condotta posta in essere dall’imputato, che quindi tenga conto del principio attivo ricavabile dalle piantine detenute».
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