La Nuova Sardegna

In carcere innocente dopo l'accusa di omicidio: risarcito

di Mauro Lissia
In carcere innocente dopo l'accusa di omicidio: risarcito

A Francesco Baldussu 150mila euro, accusato di omicidio dal pentito Varacalli

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CAGLIARI. In carcere da innocente per 417 giorni, più altri 153 in custodia domiciliare, per Francesco Baldussu è arrivato il risarcimento: 146 mila euro, una somma che non cambierà la sua vita e che non gli restituirà i quasi due anni di vita perduti, ma che lo Stato gli doveva per avergli inflitto pesanti sofferenze senza alcuna colpa. La decisione della Corte d’Appello, cui si era rivolto l’avvocato Patrizio Rovelli, è stata depositata ieri e mette fine a una lunga battaglia sul fronte del diritto, sfociata in una lettera inviata dal giovane pastore di Dolianova al Capo dello Stato. Ora il ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà pagare, la speranza è che lo faccia in tempi ragionevoli. Ma se l’ordinanza - 29 pagine, con la ricostruzione della vicenda giudiziaria legata all’omicidio del servo pastore Bebo Corona e dei due conseguenti gradi di giudizio - mette un punto fermo e definitivo sulla vicenda, alcuni passaggi gettano ombre sull’inchiesta condotta dal pm Sandro Pili e sull’incredibile ruolo di investigatore giocato dal pentito di n’drangheta Rocco Varacalli col placet della Procura, autore del delitto e condannato in primo grado a 24 anni e mezzo. Non solo: dopo due sentenze che hanno stranamente ignorato l’azione di depistaggio e la costruzione di prove false compiuta da Varacalli, i giudici della Corte d’Appello valutano quei fatti pienamente accertati nei giudizi per quello che sono: un caso di calunnia reale. Se quel reato fosse stato contestato per tempo, Baldussu avrebbe potuto costituirsi parte civile nel procedimento contro Varacalli e chiedere un risarcimento per i danni che le manovre del pentito gli hanno creato. Non ha potuto farlo in nome di esigenze superiori: Varacalli è il perno dell’accusa nell’inchiesta Minotauro che ha consentito alla Procura di Torino di sgominare le n’drine del Piemonte. Le stesse esigenze che ancora oggi - secondo il ministero degli Interni - garantiscono a Varacalli un’abitazione protetta e uno stipendio, in questo momento devoluti alla compagna: lui, stando alle informazioni del Governo, sarebbe in carcere.

Ma c’è dell’altro. L’ordinanza passa in rassegna, finalmente senza reticenze, i clamorosi buchi e le incongruenze dell’indagine, mette in chiaro il peso di Varacalli e come la Procura abbia stranamente preso per buone le prove inventate dal pentito, mettendo in secondo piano la difesa di Francesco Baldussu e del padre Raffaele. I due pastori rivendicavano con forza la propria estraneità alla morte di Corona (24 febbraio 2009) ma Varacalli indirizzava i sospetti su di loro, allontanandoli da se stesso. Compaiono nella ricostruzione dei giudici testimonianze false considerate attendibili, elementi d’indagine ignorati, una serie infinita di anomalie che hanno condotto Francesco Baldussu in prigione senza che vi sia prova - scrive la Corte d’Appello - che il ricorrente (Baldussu, ndr) abbia dato causa o concorso a darla con dolo o colpa grave alla misura cautelare emessa a suo carico». Come dire che il comportamento di Baldussu durante l’inchiesta e dopo, al processo, è stato quello di un ragazzo di vent’anni che cerca solo di difendersi, senza mai entrare in contraddizione o fornire alibi falsi. Al contrario di quanto hanno sostenuto i giudici di secondo grado.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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