Gianfranco Rosi vince il Festival di Berlino
Il regista italiano premiato per “Fuocoammare”, film sul dramma dei migranti girato a Lampedusa
BERLINO. “Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha vinto il Festival del cinema di Berlino. L’Orso d’oro torna all’Italia dopo quattro anni. Era infatti il 2012 quando ad aggiudicarsi il premio furono i fratelli Paolo e Vittorio Taviani con “Cesare deve morire”. “Fuocoammare”, che il regista Leone d'oro a Venezia con “Sacro G.r.a.” ha girato nel corso di un anno e mezzo a Lampedusa, documentando da un lato la vita sospesa di alcuni suoi abitanti e dall’altro quella drammatica dei migranti in esodo verso l’Europa, aveva colpito sin dall'inizio critica e pubblico del festival, da sempre molto attento a temi politici.
Il premio vinto da Rosi non è che l'ennesima conferma di come il miglior cinema italiano degli ultimi anni tragga la propria linfa vitale dal confronto con la realtà. Alessandro Comodin, Leonardo Di Costanzo, Michelangelo Frammartino, Pietro Marcello, Roberto Minervini, Alice Rohrwacher e Gianfranco Rosi sono tutti autori che, in maniera diversa, stanno facendo cinema a partire dalla messa in discussione dei confini tra luoghi dell'immaginario e consuetudini del reale, instaurando un dialogo proficuo tra la propria pratica registica e il mondo circostante, interrogando la pertinenza delle forme di rappresentazione a partire dall'oggetto della propria indagine.
Tra essi, Rosi è quello che incarna con maggiore evidenza lo sforzo titanico di un'arte che rifiuta di piegarsi agli imperativi commerciali del botteghino: sin dal suo primo film, Boatman, l'apolide regista italiano si è imposto come autore indipendente che fa dell'atto della ripresa una pratica solitaria, sforzo produttivo ridotto ai minimi termini nel quale l'investimento in prima persona, fisico e psicologico, si trasforma in dimensione fondante.
Frutto di una frequentazione lampedusana durata oltre un anno, dal dicembre 2014 al gennaio 2016, Fuocoammare alterna tre piani narrativi: uno incentrato su alcuni abitanti dell'isola, un altro dedicato ai migranti e un terzo alle pratiche di salvataggio. Il loro intrecciarsi produce un articolato racconto visivo che procede per accenni, momenti rivelatori che evocano senza mai essere banalmente illustrativi.
A conquistare è il dodicenne Samuele, appassionato tiratore di fionda la cui abilità è messa in crisi quando scopre di avere un occhio pigro, da curare con lenti particolari che ne riabilitino l'uso. Metafora evidente di un necessario adeguamento di vista collettivo su un fenomeno offuscato da troppa retorica politica e da un immaginario da reportage che, nella sua ripetitività, rende difficile comprendere la portata del dramma che si consuma al largo delle coste siciliane. In tal senso, a non lasciare dubbi è il medico Pietro Bartolo, che ha accompagnato il regista a Berlino e ha preso la parola anche in conferenza stampa per ribadire l'atrocità della tragedia in atto, da lui testimoniata sin dal primo manifestarsi nel 1990.
«È stato Pietro a convincermi a girare il film», ha spiegato Rosi. «Dopo un mese di sopralluoghi pensavo che fosse impossibile da realizzare. Poi una bronchite mi ha fatto incontrare con lui. Abbiamo parlato a lungo, gli ho raccontato il mio progetto, le mie perplessità, e allora ha tirato fuori una chiavetta USB e mi ha mostrato alcune foto degli sbarchi e dei rifugiati fatte negli anni. Mi ha consegnato la chiavetta, io l'ho portata con me a Roma e ne ho guardato l'intero contenuto. A quel punto ho capito che non mi potevo più tirare indietro».
Immagini in grado di risvegliare lo sguardo e la coscienza, dunque: un raro miracolo, compiuto anche dalle immagini dal forte impatto cinematografico del film di Rosi, capaci di stagliarsi con evidenza sia quando mostrano il piccolo Samuele che prende la mira per colpire una lattina su un ramo sia quando svelano i corpi accatastati senza vita dei migranti. “Fuocoammare” è un film politico a prescindere, ha sottolineato giustamente il regista: perché, davvero, le stive in cui i migranti muoiono a decine, soffocati dalle esalazioni di carburante, sono le camere a gas dei nostri tempi, e averle filmate implica, per lo spettatore, l’impossibilità di abdicare a una presa di coscienza.
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