Isa e le telefonate alla Farnesina
Per tutta la prigionia è stata moglie a tenere i contatti col ministero
CAPOTERRA. In questi mesi di attesa la famiglia Piano aveva scelto il silenzio, la riservatezza. «Non sappiamo nulla – ripeteva il figlio Stefano –. Sul rapimento c’è un riserbo assoluto». Parlavano solo con la Farnesina. «Abbiamo la garanzia che stanno lavorando bene per la liberazione di papà e dei suoi colleghi». La madre Isabella era in stretto contatto con gli uffici del ministero degli Esteri, telefonate quotidiane. «Lei non sta bene, più passa il tempo e più la preoccupazione aumenta – aveva raccontato il figlio –. Ma è sempre lei che tiene i contatti con la Farnesina. Parla spessissimo con diverse persone. Le dicono che c’è un vero e proprio pool impegnato a risolvere il caso, con l’obiettivo di portare a casa sani e salvi papà e i colleghi. Ripetono di stare tranquilli, questo ci fa supporre che mio padre stia bene. Ma a farci sperare è anche il fatto che gli ostaggi in mano ai terroristi stanno tutti tornando a casa». Le cose, però, non sono andate come la famiglia di Fausto Piano sperava. Ieri la moglie Isabella e i figli si sono chiusi nel loro dolore, nella speranza di ricevere dalla Farnesina una telefonata di smentita.
Trentacinque anni fa, un altro uomo con lo stesso cognome di Fausto Piano si trovava anche lui nello stesso Paese, in arrivo dallo stesso paese, Capoterra: era un suo lontano parente, si chiamava Marco Piano, e si ritrovò anche lui coinvolto in una sparatoria in Libia. A cui però riuscì a scampare. A raccontare alla Presse l’incredibile storia è Tina Murgia, madre di Marco Piano: anche lui, come Fausto, era dipendente della Bonatti, che anche allora operava in Libia. «Dopo la sparatoria, riportarono i dipendenti qui in Sardegna – racconta la donna – questa volta è successo ancora, è molto triste». Marco Piano era poi rientrato in Italia. Morì anni dopo per una malattia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
