ATTENZIONE A NON FARCI DEL MALE
di ANDREA SARUBBI Probabilmente Eni ed Enel non sarebbero d’accordo, perché da quelle parti hanno fatto buoni affari, ma dal punto di vista politico c’è una costante nell’atteggiamento dell’Italia...
di ANDREA SARUBBI
Probabilmente Eni ed Enel non sarebbero d’accordo, perché da quelle parti hanno fatto buoni affari, ma dal punto di vista politico c’è una costante nell’atteggiamento dell’Italia verso la Libia: la nostra linea ondivaga e spesso fuori tempo. A cominciare dall’esperienza coloniale, che meriterebbe una trattazione a parte, non ne abbiamo azzeccata una: grandi profitti dell’industria militare senza chiederci che fine avrebbero fatto quegli armamenti, accordo di ferro con Gheddafi (a caro prezzo) perché fermasse i migranti anche a costo di violare i diritti umani, poi improvviso voltafaccia e partecipazione alla campagna del 2011, purtroppo non decisiva per la stabilità del Paese, ma certamente utile alla Francia per rientrare bene nel giro delle concessioni energetiche. Non avevamo fatto i conti con l’Is, che con gas e petrolio si finanzia, e che oggi diviene il nuovo nemico da annientare.
Le condizioni poste dall’Italia in queste settimane sembravano onestamente di buonsenso: saremmo intervenuti solo sotto il cappello dell’Onu, a sua volta legato alla presenza di una richiesta ufficiale da parte del governo libico. Il problema è che, al momento, i governi in Libia sono due (quello di Tripoli e quello di Tobruk), così come i Parlamenti, e l’intesa promossa dalle Nazioni Unite - che fece stappare champagne a tutti, un po’ troppo presto - non è stata ancora ratificata perché c’è ancora chi sta cercando di modificare gli equilibri interni prima della formazione di un esecutivo di unità nazionale, per poter poi pesare di più.
Ci si ritrova quindi in una situazione piuttosto scomoda, con le idee molto chiare dal punto di vista teorico ma, contemporaneamente, con un panorama assai diverso dai nostri piani. Il tempo passa, senza che le condizioni sognate si realizzino, e sul nostro collo non sentiamo un fiato, ma due: quello dei nostri alleati, che nel frattempo hanno cominciato senza di noi (o al limite con un nostro appoggio a distanza, come testimonia la concessione delle basi agli Usa), e quello dell’Is, che ci colpisce per metterci pressione proprio nel momento in cui chiediamo di essere noi a condurre le operazioni militari.
Certamente la guida italiana conviene agli Stati Uniti, soprattutto in tempi di campagna elettorale per la Casa Bianca: il criterio di prossimità («Noi combattiamo l’Is, ma visto che la partita si gioca nel cortile dell’Italia è bene che siano loro a prendersi le responsabilità») è abbastanza digeribile sia dai repubblicani che dai democratici, e lascia al cittadino comune l’impressione che i rischi per eventuali attentati in territorio americano siano minori di quanto non sarebbero se fossero gli Usa ad assumere il comando delle operazioni.
Proprio per questo motivo, però, convincere l’opinione pubblica italiana - che oggi i sondaggi indicano pesantemente contraria all’intervento militare - sarà piuttosto complicato: i primi avvertimenti sono già arrivati, con l’uccisione dei due ostaggi, non appena l’ipotesi di un nostro coinvolgimento attivo è cominciata a balenare. Se si concretizzerà, dunque, ci saranno da mettere in conto nuove ripercussioni sulla sicurezza nazionale e in generale sul clima politico: il che, soprattutto alla vigilia delle amministrative, potrebbe rappresentare un’incognita per Renzi stesso, chiamato oggi a una delle scelte più difficili da quando è a Palazzo Chigi.
Ci si può infatti destreggiare tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica, gli interessi economici in gioco e le richieste dei partner internazionali senza uscire un po’ ammaccati dalla manovra? Probabilmente no, e forse per questo il governo sta cercando di tenere il tema un po’ sotto traccia: neppure una timida risoluzione è stata votata finora dal Parlamento, nemmeno una di quelle all’acqua di rose che le maggioranze tirano fuori nei momenti di difficoltà, e in generale si ha l’impressione che la partita si stia giocando altrove. Il che potrebbe essere un bene, se fosse davvero l’Onu a prendere in mano la situazione, ma più passa il tempo e più i nostri desideri si scontrano con la realtà.
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