Fausto Piano ucciso da una raffica di mitra
Ad ammazzare il tecnico sardo e il collega Salvatore Failla, morti il 2 marzo in Libia dopo otto mesi di sequestro, non è stata un’esecuzione, ma un agguato. È la conclusione cui sono arrivate entrambe le équipe di medici legali che hanno eseguito le autopsie sui corpi degli operai. Intanto a Capoterra si attende la salma
ROMA. Non è stata un’esecuzione, ma un agguato. Salvatore Failla e Fausto Piano, i due tecnici italiani uccisi il 2 marzo a Sabratha non sono stati giustiziati con un colpo alla nuca, ma sono caduti sotto una raffica di mitra. È questa la conclusione a cui sono arrivate entrambe le équipe di medici legali che hanno eseguito le autopsie - una all’ospedale di Tripoli l’altra al policlinico Gemelli di Roma - sui corpi degli operai morti dopo otto mesi di sequestro. Ma le certezze finiscono qui. Secondo gli avvocati delle famiglie degli operai uccisi, che nei giorni scorsi avevano espresso perplessità sugli accertamenti medico legali eseguiti in Libia, hanno confermato che i corpi sono stati lavati e pezzi di tessuto, su cui c’erano segni dei proiettili sono stati prelevati, cancellando tracce importanti.
Ma è l’intera vicenda dei quattro italiani della “Bonatti” rapiti in Libia a restare piena di dubbi e contraddizioni: dal sequestro avvenuto il 20 luglio scorso a Mellitah, vicino al gasdotto dell’Eni dove avrebbero dovuto lavorare, fino all’uccisione di Failla e Piano a Sabratha mentre un convoglio stava trasferendo ostaggi e carcerieri in un’altro covo a trenta chilometri dalla città, e la liberazione di Filippo Calcagno e Gino Pollicardo il giorno dopo l’agguato.
L’autopsia. Sui corpi di Failla e Piana ci sono segni di colpi di kalashnikov sia al torace che alle gambe che hanno provocato emorragie mortali. Non sono stati uccisi con un colpo alla nuca dai sequestratori come invece avevano affermato esponenti del governo di Tripoli. nel corso di una conferenza stampa i consulenti di parte della famiglia Failla, Luisa Regimenti e Orazio Cascio, hanno sottolineato che a causa dello stato in cui il corpo è stato consegnato al governo italiano, dopo l’autopsia effettuata in Libia, «non è possibile stabilire né il tipo di arma che ha ucciso Failla, né la distanza da cui sono stati esplosi i proiettili e la traiettoria».
«Possiamo solo dire che molti dettagli non ci sono», hanno detto i medici legali. Più diretto il giudizio dell’avvocato Grimaldi legale della famiglia Failla: «Le nostre perplessità si sono rivelate fondate. Quella eseguita in Libia non nè stata un’autopsia, ma una macelleria».
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