Si indaga sulla pista delle isole Cayman
L’ipotesi di evasione fiscale: il procuratore Fiordalisi ha sentito anche l’ad del Qatar investiment authority, Navid Chamdia
OLBIA. “Persone informate sui fatti”. Con questa formula, il capo della Procura di Tempio Domenico Fiordalisi ha sentito nei giorni scorsi una decina di italiani e stranieri sulla vendita della Costa Smeralda dall’americana Colony Capital al fondo sovrano del Qatar, operazione chiusa nel 2012 e su cui il magistrato sospetta una maxi evasione fiscale. Fra quelli sentiti, anche Navid Chamdia, il capo del real estate (il settore immobiliare) di Qatar investment authority, il colosso che ha fra le sue proprietà i beni di Porto Cervo. Nessuno di loro è indagato. Ieri il procuratore Fiordalisi non ha rilasciato alcun commento.
La svolta è arrivata dopo che la Procura, all’inizio di aprile, ha iscritto nel registro degli indagati Tom Barrack, proprietario di Colony Capital, il fondo americano che ha venduto - attraverso altre società controllate con sede in Lussemburgo - la Costa Smeralda al Qatar. Per Barrack, l’ipotesi dell’accusa è quella di «sottrazione di liquidità finalizzata alla evasione fiscale», una norma prevista nel decreto legislativo 74 del 2000 sulla disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi. La Procura, con le indagini portate avanti dalla polizia tributaria della guardia di finanza di Sassari fin dal 2015, sostiene che per la vendita della Costa Smeralda non sarebbero state pagate le imposte pari a 133 milioni di euro su una transazione stimata in 600 milioni di euro contro i 300 milioni dichiarati. E sospetta che centinaia di milioni siano finiti alle Isole Cayman.
Ecco, atti pubblici alla mano, com’è avvenuta la vendita della Costa Smeralda nel 2012. I beni di Porto Cervo (quattro alberghi extralusso, la marina, 2300 ettari inedificati) erano controllati da Colony Sardegna, società con sede in Lussemburgo. I suoi soci erano Colony Capital (32%, in mano a Barrack), Colony Smeralda partner (52%, quota divisa tra numerosi investitori), Qatar (14%, quota schermata con una società alle Cayman). Il socio di maggioranza era dunque Colony Capital. Era lui, Barrack, a vendere al Qatar. Ma non lo fece direttamente con Colony Sardegna. Mandò in campo altre tre sue società lussemburghesi. La prima era Colony Luxembourg, attiva dal 2002. Che costituì Colmarket sarl. Che a sua volta costituitì Colcom sarl. Una scatola dietro l’altra, tutto nel giro di pochi giorni nell’ottobre del 2011.
Piccole operazioni finalizzate alla doppia vendita della Costa Smeralda. La prima cessione avvenne il 2 aprile 2012: Colony Sardegna vendette la Costa Smeralda a Colcom. Per 360 milioni. Gli americani insomma vendettero a se stessi. E appena due giorni dopo - il 4 aprile 2012 - sempre gli americani (con Colcom) cedettero la Costa Smeralda al Qatar. Per una cifra di poco inferiore ai 360 milioni. Quindi con una minusvalenza.
Cifre messe nei bilanci. Cifre che, secondo la Procura, non sono veritiere: il vero prezzo di vendita al Qatar, in base alle indagini, sarebbe stato di 600 milioni, con una plusvalenza finale a favore degli americani di 450 milioni. Una somma su cui avrebbero dovuto pagare, sempre secondo l’accusa, 133 milioni di tasse.
Su questo, si concentra l’inchiesta. Che potrebbe portare gli investigatori alle Cayman. Lì dove, secondo i documenti pubblici, ora c’è anche Colony Smeralda partner, che prima della vendita aveva il grosso della Costa Smeralda (il 52%). Quella società aveva sede a Wilmington, Usa. E dopo la cessione della Costa, è stata trasferita a George Town, Isole Cayman.
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